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Trump calabrone (vs Francesco)

 

Donald Trump, è un’incognita che rassomiglia a un calabrone, perché tutte le leggi del politicaly correct dicevano che non poteva vincere, ma lui non ci ha creduto e ora è il 45° presidente degli USA. Molti, in Europa e in Italia, adesso sperano di accreditarsi presso il “popolo” adottando un linguaggio più volgare e pieno di pungiglioni velenosi, ma pochi si sono accorti che –paradossalmente- Trump, si muove con agilità e spregiudicatezza dentro la “mappa” sociale disegnata da papa Francesco. Hilary Clinton e i democratici, che non hanno letto Marx, si sono dimenticati che gli operai non votano per ideologia ma per interesse di classe. Trump, invece, è andato nelle fabbriche vuote e nelle periferie dimenticate, ha promesso di dare voce ai penultimi che non vogliono diventare ultimi, anche se la sua ricetta, fondata sulla rabbia, è agli antipodi di quella di Francesco, che si affida alla misericordia.

Il grande nemico di Trump, e dei suoi elettori arrabbiati, sembra essere la globalizzazione, che ha fatto chiudere le fabbriche e le ha spostate lontano, dove il lavoro costa pochissimo e non esistono sindacati, mentre i signori delle Borse guadagnano e vincono sempre, anche quando giocano con le carte truccate.
Trump e papa Francesco, sono due “rivoluzionari”, si muovono sulla stessa mappa sociale del mondo, ma con “soluzioni” diametralmente opposte: rabbia e paura versus misericordia.

Papa Francesco, che su Trump applica il principio evangelico “noli iudicare”, sembra l’unico –per il momento- ad avere altrettanto carisma del nuovo inquilino della Casa Bianca. La Russia di Putin e il dragone cinese un po’ in affanno, giocheranno di rimessa, mentre la vecchia Europa, esposta ai venti globali, sente dentro di sé brontolii minacciosi, paralizzata da una burocrazia contabile e dal dissolversi dei suoi valori fondanti. Proprio qui sta il nostro problema. La prima idea di Europa, libera, forte e solidale, nacque da tre antifascisti italiani che scrissero il Manifesto di Ventotene. Poi, nel dopoguerra, grandi statisti cattolici che guardavano a sinistra, come Alcide De Gasperi, Konrand Adenauer, Robert Schuman, Jean Monet, ne furono gli architetti istituzionali. Adesso mancano drammaticamente gli eredi di quel pensiero diventato forte nella lotta contro l’ingiustizia, il nazionalismo, la prepotenza del potere, mentre un socialismo laico e democratico sembra ormai del tutto evanescente.

Donald Trump ha vinto, con parole volgari e minacciose, ma chiare e forti, sul tema dell’immigrazione, più o meno irregolare, che scappa dalla fame, dalle guerre e dalla paura. Papa Francesco predica l’accoglienza, ma anche i suoi parroci qualche volta non gli ubbidiscono. Trump, invece, ha promesso di proteggere gli americani con muri (in realtà solo da completare) ed espulsioni. In Europa c’è chi vorrebbe fare altrettanto, ma anche la Germania, organizzata e solidale, che ha provato ad aprirsi, adesso rischia il collasso del proprio stato sociale e l’avanzata delle destre populiste. Del resto, anche il più “buonista”, quando vede nei giardini pubblici gruppi di giovani uomini che vagano senza avere niente da fare, prova un senso di inquietudine. Quando per strada si aggira un fantasma nero che nega un corpo di donna, anche l’amato illuminismo rischia di appannarsi. I modelli di integrazione, faticosamente conquistati qua e là in Europa, sono in affanno, sia per la paura di perdere diritti che la crisi sta consumando, sia perché non abbiamo ancora capito se alcuni aspetti dell’Islam, soprattutto sul rispetto della donna, siano davvero “costituzionali”. Come risponde la tolleranza a un integralismo che diventa sempre più violento? La sinistra, orfana di Voltaire e Diderot, non dà risposte, si arrocca nei salotti buoni e abbandona le periferie ai predicatori di rabbia. Intanto il calabrone Trump, che ha capito tutto prima e meglio di noi, dall’altra parte dell’oceano, ronza minaccioso, sogghigna e tra un po’ inizierà ad usare il suo pungiglione. E noi resteremo a guardare l’effetto che fa.

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