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Manovra alle Camere. Cambiare si può, anzi si deve

 

Un mix di una tantum, interventi elettorali. La “norma Marchionne”: regalo di centinaia di milioni a ricconi e manager. Ma per l’Ape sociale si stringe la cinghia

Saranno le Camere a decidere, ammesso che ne abbiano il tempo, sulla legge di Bilancio, se e quali cambiamenti apportare ad un testo che fa acqua da tutte le parti. Alla luce anche dei danni provocati dal nuovo terremoto e dei provvedimenti annunciati dal consiglio dei ministri. Crescita, lavoro, giustizia sociale, non trovano nel testo che qualche traccia o meglio qualche voce, ma senza i necessari stanziamenti. Un po’ di soldi a raffica alle imprese, decontribuzioni tipo jobs act, di cui è documentato il fallimento, un semicondono fiscale per gli evasori per consentire il quale si è inventata la chiusura di Equitalia e l’accorpamento con l’Agenzia delle entrate. Renzi da una parte giustifica  l’operazione con il fatto che Equitalia è un “vampiro” che succhia il sangue, dall’altra autorizza il ministro Padoan a inserire una norma che prevede l’aumento dell’Iva non subito ma dal 2018, un punto per l’Iva al 10% e tre punti per quella al 22, con un aggravio per le famiglie di circa 850 euro l’anno. Così può far cassa e gettare un po’ di polvere negli occhi dei Commissari della Ue che hanno chiesto “informazioni” sulle copertura finanziarie dei tanti provvedimenti annunciati in ben 104 articoli.

Dal cilindro del premier esce un’Italia trasformata in paradiso fiscale

Dal cilindro il premier e il ministro dell’economia tirano fuori una specie di “taxing ruling”, un “adattamento personalizzato” del sistema fiscale in uso nei paradisi fiscali, ma anche in qualche paese della Unione europea, leggi Lussemburgo e Irlanda, come è ben noto per esempio a Jean Claude Juncker, presidente della Commissione Ue che esamina la legge di bilancio del nostro paese. Non faceva parte delle slide che Renzi ha illustrato, forse se ne vergognava, ma il rossore non sale mai alle sue guance. L’articolo 22, già definito come “norma Marchionne”,  vedremo subito il perché l’accostamento con il nome dell’ad della ex Fiat che ha traslocato in altri paesi, prevede che un cittadino straniero o uno italiano che se n’era andato dal bel paese possa trasferire in Italia la residenza, godendo della possibilità di versare un’imposta sostitutiva pari a 100mila euro l’anno per un minimo di 9 anni e un massimo di 15 sui redditi esteri. I familiari potranno optare per il versamento di un’imposta sostitutiva forfettaria pari a 25mila euro l’anno. Non serve neppure la dichiarazione dei redditi. Una operazione che la UE, per quanto riguarda le  imprese, ha condannato come aiuti di Stato. Il  governo spera in effetti di attirare ricchi investitori con uno sconto spettacolare: 100mila euro di imposte in Italia vengono  pagate su un reddito di circa 250mila euro. Un imprenditore che guadagnasse 2 milioni l’anno risparmierebbe così ben 750mila euro di tasse, con un’aliquota media di appena il 5%. Niente, quasi zero. praticamente nulla.

Genovesi (Fillea Cgil). L’ Ape agevolata, solo  un messaggio di propaganda

Si dirà però per quanto riguarda le pensioni, la flessibilità in uscita, i lavori usuranti, i lavoratori precoci, qualcosa ha fatto. I sindacati hanno firmato un verbale di intesa, la Cisl ha esultato  Ma in realtà i risultati sono più nei titoli che nei fatti. L’Ape sociale che riguarda i lavoratori che possono anticipare la pensione senza dover chiedere e restituire un prestito ventennale riguarderà per il 2017, 34 mila persone. Per quanto riguarda i precoci, coloro che hanno contributi fin da giovanissimi, si parla di 20 mila lavoratori che potranno usufruire della legge. Una beffa per gli esodati: solo chi ha perso il posto e  non ha  pensione potrebbe godere della ottava salvaguardia. Una questione di date, non si parte più dal 2012. Gli altri si arrangino. Scompare anche “l’opzione donna”. A proposito dei lavori usuranti, Alessandro Genovesi, segretario generale della Fillea Cgil, sulle norme previste dall’Ape sociale, intervistato da Rassegna sindacale dice: “Trentasei anni di lavoro, per un edile sono tanti. E per chi ha una carriera discontinua rappresentano un tetto, insieme a quello dei 1.500 euro lordi mensili, che renderà l’Ape agevolata un messaggio di propaganda piuttosto che una risposta concreta. In questo modo si crea, infatti, una situazione paradossale: chi ha 36 anni di contributi sta già a 1.500, 1.600 euro netti, e dunque non potrebbe accedere alla misura. Chi invece sta sotto ai 1.500, probabilmente non raggiunge i 36 anni di contribuzione. Si è sottovalutato un tema, quello della discontinuità contributiva che caratterizza molti lavoratori, tantissime donne, il Sud. L’errore, credo, sia stato quello di definire prima le risorse e poi, su queste, stabilire la platea dei beneficiari.

Nel settore edile si potrebbe fare una operazione di giustizia sociale per gli “over 60” ed assumere tanti giovani

Ma io penso sia una scelta miope, soprattutto se si pensa al futuro del settore edile – prosegue – si potrebbe fare un’operazione di giustizia sociale per gli over 60 e, al contempo, immettere nel comparto tanti lavoratori giovani e preparati. Anche per questo noi vogliamo spingere il Governo a tornare alla proposta iniziale che aveva un senso: e cioè l’uscita agevolata per chi guadagna 1.500 euro lordi con 20 anni di contributi. Una misura che potrebbe coinvolgere circa 10.000 edili over 60 su 25.000. Il punto politico è questo: riuscire, in sede di conversione della misura, e nella cosiddetta fase 2, a coniugare un’operazione di giustizia sociale con una prospettiva industriale che guardi a un nuovo modello di sviluppo. Ci impegneremo perché, in fase di discussione parlamentare, i 36 anni scendano il più possibile e chiediamo alla Cgil di non lasciarci soli in questa battaglia”.

Landini (Fiom Cgil): “L’Ape, che genialata. Mi verrebbe da rincorrere Renzi finché non l’ho preso”

Sull’Ape interviene anche Maurizio Landini, segretario generale della Fiom Cgil. Parlando ad una manifestazione per il no al referendum costituzionale sottolinea che “il premier si è inventato l’Ape. Pensate che genialità. Io lavoro 40, 41, 42 anni e verso i contributi. Poi se devo andare in pensione devo chiedere un prestito alla banca. A me l’istinto che mi viene è di corrergli dietro finché non l’ho preso. E poi cosa fare non lo so”.

Sono solo, quelle descritte, alcune delle “perle”, insieme alla beffa per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego scaduto da otto anni per il quale si prevedono, se va bene, aumenti salariali di ben 30 euro al mese, del disegno di legge sul Bilancio di cui, insieme al decreto che lo ha preceduto, dovranno discutere le Camere. Il dibattito si muoverà in parallelo con l’esame da parte della Commissione Ue la quale dovrebbe emettere una prima valutazione il 15 dicembre. La Commissione Bilancio di Montecitorio, presieduta dal Pd Francesco Boccia, dovrebbe chiudere i lavori in modo da far arrivare in Aula la legge. La Commissione Ue non darà un parere definitivo prima del 4 dicembre. Così la Camera. Il passaggio al Senato dopo il voto per il referendum. Entro la fine di dicembre il voto definitivo. Ma  si tratta di un calendario mobile. Il ricorso da parte del governo al voto di fiducia è sempre in agguato. Abitudine renziana  per non affrontare  i  confronti  nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama.  Ne fa già ampio uso ma con il referendum punta ad ottenere il via libera costituzionale.

Alessandro Cardulli

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