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Accoglienza, integrazione, cittadinanza: tre sfide

 

di Ugo Melchionda

Il Dossier statistico immigrazione 2016, realizzato da Idos in partnership con Confronti e in collaborazione con l’Unar, con il sostegno dell’Otto per mille della Chiesa valdese, ci dà un quadro della situazione ed evidenzia il contributo degli immigrati – anche in termini economici – al benessere del nostro paese.

L’immigrazione in Italia è stata caratterizzata nel corso del 2015 e nei primi mesi del 2016 da fenomeni molto diversi tra loro, che non possono né essere ridotti l’uno all’altro né separati tra loro: qualunque analisi che voglia comprendere le sue caratteristiche deve tenere conto di tutti questi fenomeni. Il Centro studi e ricerche Idos ha cercato di caratterizzare questi diversi aspetti con tre parole chiave: accoglienza, integrazione, nuova cittadinanza.

Accoglienza, perché sono numerosi gli immigrati arrivati al di fuori di ogni politica di ingresso regolare condotta o solo programmata. In particolare, gli sbarchi sono stati 153mila, composti sia da richiedenti asilo in fuga da guerre e persecuzioni sia da migranti economici in fuga dalla miseria. Conteggiando anche gli sbarchi degli ultimi due anni si totalizzano 450mila persone che solo in minima parte, grosso modo un terzo, sono accolti nel sistema di accoglienza italiano; di questi, poco meno del 20% è accolto in centri di accoglienza che costituiscono una buona prassi per l’Italia e l’Europa, mentre oltre i 4/5 sono accolti in strutture e centri temporanei spesso inadeguati. Un’accoglienza a cui tali profughi hanno diritto per diverse e numerose ragioni: per gli obblighi internazionali derivanti all’Italia dagli accordi che ha sottoscritto (la convenzione di Ginevra) e dalla sua posizione geografica al centro del Mediterraneo, per gli obblighi morali che derivano dal vedere quale prezzo umano hanno pagato tali profughi per fuggire le guerre, le violenze il terrorismo e le atrocità del deserto; un prezzo altissimo: oltre 3000 morti ogni anno per attraversare il Mediterraneo nel 2014, nel 2015 e nei primi mesi del 2016.

Integrazione, perché tali fenomeni non possono farci dimenticare l’immigrazione stanziale, che ha caratterizzato il nostro paese negli ultimi vent’anni e che ancora costituisce il grosso delle presenze di lavoratori, studenti e familiari che ancora sono in attesa di risposte. I circa 5 milioni di cittadini stranieri residenti sul territorio nazionale sono aumentati di sole 12mila unità nell’ultimo anno, mentre è cresciuto (di circa 100mila unità) il numero degli italiani espatriati all’estero, spesso con istruzione superiore, a differenza del passato.

Nuova cittadinanza per le seconde generazioni, i figli degli immigrati nati e cresciuti in Italia, ma non ancora cittadini a pieno titolo. Positivo, a questo proposito, è il fatto che siano aumentate le acquisizioni di cittadinanza (178mila nel 2015), spesso per motivo di residenza e non di matrimonio: questa novità rilevante rispetto agli anni scorsi (quando la strada per diventare cittadini italiani era il matrimonio con un italiano o un’italiana) da un lato è un effetto automatico della presenza di nuove generazioni, dall’altro è anche il risultato di una scelta che, assieme al crescere del numero degli studenti iscritti alle scuole e alle università, assieme al numero dei nuovi nati in Italia da genitori entrambi stranieri (circa 72mila, un sesto di tutte le nascite), assieme al numero dei matrimoni misti (che, seppure in leggero calo, continuano a rappresentare oltre il 9% di tutti i matrimoni) e assieme agli italiani di origine immigrata che sono stimati complessivamente in oltre 1.150.000, ci dicono quanto la nostra società si sia trasformata.

È una società ormai – potremmo dire – sprovincializzata, in cui le reti personali dei migranti si intrecciano alle reti di conoscenze degli studenti internazionali in Italia (100mila tra universitari, iscritti a dottorati di ricerca e master), degli studenti immigrati (850mila nelle scuole di tutti gli ordini e gradi), dei 30mila studenti italiani all’estero per partecipare ai programmi Erasmus e dei circa 400mila laureati italiani all’estero (dato complessivo desunto da dati Ocse relativi a diversi periodi di osservazione), ma anche alle reti di capitali costituite da un lato dalle rimesse (5,5 miliardi di euro nel 2015) e dall’altro dalle imprese immigrate che contribuiscono agli scambi tra l’Italia e i paesi di origine (oltre 500mila euro).

È una sociètà multietnica e multiculturale, in cui gli immigrati residenti costituiscono il 10,5% degli occupati (ma con un tasso di disoccupazione pari al 16,2%) e hanno all’incirca lo stesso livello di istruzione degli italiani, ma solo il 6,8% svolge professioni qualificate, mentre quasi la metà delle donne immigrate lavora nel settore domestico.

Una società a cui contribuiscono attivamente (i contributi previdenziali da loro versati anche nel 2015 hanno raggiunto i 10,9 miliardi di euro, mentre i pensionati immigrati costituiscono soltanto lo 0,3% del totale dei pensionati) e che, tenendo conto di tutte le forme dirette e indirette di contribuzione e di tutte le forme dirette e indirette di costi sociali che la società italiana deve sostenere, vede il saldo tra i diversi contributi da loro versati e quanto loro ricevono dai fondi pubblici consistere in una somma di 2,2 miliardi di euro a favore dell’erario. Ciò nonostante, il 40% degli immigrati svolge un lavoro per il quale è sovra-qualificato (contro il 21% degli italiani), sono molto più numerosi i casi di sottoccupazione involontaria (part-time) e si ritrovano molto più spesso a rischio di perdere, con il permesso di soggiorno non rinnovato, anche il diritto di restare in Italia (sono oltre 65mila i permessi scaduti e non rinnovati).

È rilevante anche il contributo degli immigrati a livello demografico. La dinamica naturale della popolazione italiana è già adesso deficitaria (nel 2015, prevalenza di 150mila unità delle morti sulle nascite) e andrà peggiorando nell’arco del periodo 2011-2065: secondo lo scenario più realistico ipotizzato dall’Istat, il saldo sarà negativo di ben 11,5 milioni di unità (28,5 milioni di nascite contro 40 milioni di decessi), compensabile solo attraverso flussi migratori positivi per 12 milioni (17,9 milioni di ingressi contro 5,9 milioni di uscite).

Se tale scenario si realizzasse effettivamente, potremmo concludere che nel futuro dell’Italia è iscritta l’immigrazione, con il raddoppio della popolazione immigrata a metà secolo e il raggiungimento di un equilibrio demografico che potrebbe diventare un’efficace risorsa per lo sviluppo sociale, economico e culturale del paese.

Se non fosse questo l’esito, l’Italia sembra destinata a un lento ma ineluttabile declino, in cui la mancanza di risorse demografiche, culturali ed economiche diventerebbe un ostacolo ad un ruolo internazionale adeguato alle potenzialità del nostro paese; al contrario, acquisirebbero potere ed egemonia le voci xenofobe e razziste che vedono nei richiedenti asilo, negli immigrati, nei giovani usciti dall’immigrazione altrettanti concorrenti per risorse scarse, degli approfittatori o dei nemici.

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