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Attacco alla libertà di stampa in Ungheria, chiuso il principale quotidiano di opposizione

 

Dopo i muri anti immigrati, l’attacco all’Informazione. La deriva autoritaria dell’Ungheria sembra ormai inarrestabile.
Sabato scorso il più importante giornale di opposizione di Budapest, il quotidiano indipendente liberale Népszabadság, è stato stampato per l’ultima volta.
Diverse centinaia di persone hanno subito manifestato davanti al Parlamento contro quella che appare come una repressione della libertà di stampa: è stata silenziata la più autorevole voce critica del governo di Viktor Orbán.
Il premier aveva manifestato fin dal suo insediamento la sua propensione all’autoritarismo. A cominciare dalla nuova Costituzione che prevedeva un ‘trattamento speciale’ per i giornalisti e le realtà ‘politicamente squilibrate’.
Nel 2012 è stata costituita una apposita Commissione di vigilanza. Appena insediata aveva emesso dei provvedimenti che avevano portato alla rimozione di due giornalisti, licenziati perché dissenzienti, e alla chiusura di una radio scomoda.
Già all’epoca ci fu chi nell’Unione europea si chiese se l’Ungheria fosse ancora una democrazia.
Ma nulla di concreto è stato fatto da allora per frenare l’ondata repressiva che oggi vede cadere un giornale liberale che, ufficialmente per volontà dell’editore, oltre a sospendere le pubblicazioni ha anche oscurato l’edizione online.
Il tutto senza che la direzione ne informasse i dipendenti. Il motivo addotto è il dissesto economico. Sulla homepage del sito è apparso un comunicato in ungherese e inglese della società Mediaworks (filiale dell’austriaca Vienna Capital Partners) che ha annunciato, viste le difficoltà finanziarie in cui versa il quotidiano di cui è proprietaria, “l’inizio di una nuova era e la necessità di trovare il miglior modello di business per andare avanti”.
Che Népszabadság abbia visto calare le proprie vendite del 74% negli ultimi 10 anni pur restando il più diffuso nel Paese, e le perdite siano di oltre 100mila copie sono fatti innegabili che pesano enormemente sulla gestione del quotidiano.
L’editore ha specificato nella nota che si è trovato ad affrontare un buco di 5 miliardi di fiorini dal 2007 (circa 16 milioni di euro).
Per raggiungere e concentrarsi sull’obiettivo di recuperare le perdite bisognava prima sospendere tutte le pubblicazioni fino a quando non sarà individuato il nuovo formato, è stata la giustificazione della proprietà della testata,.
Tutto ciò all’oscuro della redazione. I giornalisti hanno dichiarato di essere stati informati solo il giorno prima della chiusura e di non avere più accesso alle proprie mail professionali:
“È un putsch”, hanno denunciato attraverso la pagina Facebook di Népszabadság, unico strumento che riescono ad aggiornare.
Il sostegno ai colleghi ungheresi è stato immediato, sia dagli altri media di opposizione sia da quelli considerati più conservatori. Anche il mondo olitico ha espresso indignazione e preoccupazione, primo fra tutti il partito socialista (Mszp) che ha parlato di ‘una giornata nera’ per l’ungheria.
Il vicepresidente del partito di Orbán (Fidesz), Szilard Nemeth, si è limitato ad affermare che era tempo Népszabadság chiudesse”.
Non sono mancate le reazioni al di fuori del Paese. “La chiusura improvvisa di Népszabadság segna un preoccupante precedente. Mi schiero in solidarietà con gli ungheresi che protestano», ha twittato il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz dopo che l’eurodeputato socialdemocratico Gianni Pittella (vicepresidente dell’emiciclo) aveva parlato di «un pericolo per la libertà di stampa in Ungheria», invitando le autorità di Budapest a «prendere tutte le misure possibili per assicurare la riapertura di Népszabadság»:
Insomma nessuno ha creduto alla tesi propinata dalla società editrice. Se le perdite accumulate, citate dal gruppo Mediaworks, potevano essere prese in considerazione per una ristrutturazione del giornale, la decisione di sospenderne le pubblicazioni in attesa della “formulazione e realizzazione di un nuovo concetto editoriale” è apparsa pretestuosa e ha confermato il timore che lo stop e la prospettiva della vendita della testata ad un alleato del premier Orban sia un vero e proprio attacco alla libertà di stampa nel Paese centro-europeo.
Articolo 21, insieme alla Federazione nazionale della stampa, oltre a manifestare solidarietà ai colleghi ungheresi, come già avviene per l’informazione in Turchia, si opporrà a ogni tentativo di bavaglio, denunciando quanto stia avvenendo nel Paese e sostenendo le battaglie dei giornalisti vittime di un’inaccettabile repressione della libertà d’espressione e dei loro diritti.

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