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Fidel Castro e il senso di una vita

 

Comunque la si pensi in merito all’avventura umana e politica di Fidel Castro, ora che compie novant’anni è il momento adatto per tracciare un bilancio della sua esistenza. Una vita controversa, non c’è dubbio, tormentata e complessa, all’insegna dei sospetti e dei tentativi americani di eliminarlo, delle congiure interne ed esterne, della repressione e dell’amministrazione rigida del potere, delle chiusure e delle innumerevoli ruvidezze cui costringe un dominio detenuto così a lungo e gestito avendo dalla propria parte unicamente il popolo cubano. Già, il popolo e non è un aspetto secondario, visto che il feroce embargo attuato dagli Stati Uniti era mirato proprio a far perdere a Castro il suo unico sostegno, mettendogli contro un’isola ridotta allo stremo, costretta a riciclare qualunque oggetto e ad andare avanti con tecnologie e strumenti degli anni Cinquanta-Sessanta, mentre il resto del mondo conosceva la rivoluzione telematica e andava incontro a cambiamenti di portata globale. Eppure, nonostante questo, il “Líder Máximo” è riuscito a non mettere mai in discussione la dignità di un popolo che amava e ama tuttora, fortemente ricambiato, dopo averlo salvato, insieme al fratello Raúl e ad Ernesto Guevara, dalle grinfie di uno squallido dittatore come Fulgencio Batista.

Batista: un personaggio spregevole che aveva trasformato Cuba in un lupanare al servizio dei depravati di mezzo mondo e, in particolare, di quella parte di America puritana e bigotta che in casa predicava le supreme virtù e sull’isola sfogava i propri istinti ferini. Batista: un governante talmente intollerabile che persino gli Stati Uniti, per giunta in epoca Eisenhower, ossia con un’amministrazione repubblicana, a un certo punto non si opposero alla sua destituzione, attraverso la celebre rivoluzione che portò all’ingresso dei fratelli Castro, di Cienfuegos e del “Che” all’Avana il 1° gennaio del ’59.

Castro e gli attentati subiti; Castro e il clamoroso errore di Kennedy, con il tentativo, fortunatamente fallito, di golpe della Baia dei Porci nell’aprile del ’61; Castro e l’isolamento internazionale; Castro e il rapporto sempre più difficile con i dissidenti interni, fino all’esasperazione che lo ha condotto anche a commettere delle atrocità e a comminare pene eccessive e, talvolta, ingiustificabili; Castro e le relazioni tutt’altro che idilliache con il fratello Raul, cui pure ha ceduto i pieni poteri nel 2006; Castro e le mille sfaccettature di una figura che non è incasellabile negli schemi tradizionali né può essere interpretata alla luce dei parametri politici e politologici europei, in quanto si rischierebbe di non capirne nulla, essendo la vicenda cubana totalmente diversa dalla nostra e dal nostro modo di leggere il quadro storico e di interpretare le vicende istituzionali.

Una vita che volge al termine, quella di questo condottiero burbero, coltissimo, dal carattere spigoloso e dalle idee straordinariamente nitide, dotato di una visione, discutibile quanto si vuole ma comunque coerente, capace di tenere unito e di non far scivolare verso una possibile guerra civile un Paese povero ma onesto, bellissimo e disperato, innervato di una ricchezza morale e di una grandezza spirituale fuori dal comune, epico nell’accettare una sofferenza che pochi altri popoli avrebbero sopportato così a lungo e in grado, oggi, di avviare un processo di riforme e di ammodernamento delle proprie strutture, politiche e industriali, senza snaturare il senso profondo della rivoluzione del ’59 né metterne in discussione gli ideali, i valori e le speranze.

Nel 1973, pare che Castro abbia asserito che l’embargo contro Cuba sarebbe terminato quando l’America fosse stata governata da un presidente nero e in Vaticano ci fosse stato un papa sudamericano: probabilmente lo disse con tono provocatorio, per sottolineare l’impossibilità di una simile combinazione di fattori; fatto sta che quarantuno anni dopo la storia si è incaricata di dargli ragione e la visita di Obama, ottantatotto anni dopo quella di Calvin Coolidge, ha sancito l’ufficialità di questa svolta, pur guardata con comprensibile scetticismo da parte di un uomo che non può dimenticare la miriade di patimenti che gli sono stati inferti, compreso lo stato d’ansia e d’apprensione col quale è stato costretto a convivere per circa mezzo secolo, oltre a dover vivere blindato e a doversi guardare costantemente le spalle persino da una parte dei parenti.

Una vita al servizio della sua gente e delle cause nelle quali credeva e crede ancora: senz’altro sfiancante e  talvolta caratterizzata da scelte non condivisibili ma, al tempo stesso, improntata ad un eroismo e a una passione civile davvero commendevoli.

Hasta la victoria siempre, comandante Fidel!

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