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“Acque morte” – di W. Somerset Maugham

 

Per quanto basse siano le tariffe dei voli Ryan Air o delle crociere low cost, per godersi un viaggio irripetibile nei mari della Malesia nessuna spesa sarà inferiore, e nessun piacere superiore, alle 224 pagine in cui ci coinvolge Somerset Maugham con “Acque morte”; appena dodici euro per salire sul Fenton, il bialbero australiano di quindici metri del capitano Nichols. Insieme all’esiguo equipaggio di quattro neri dello stretto di Torres, capaci di pilotare un guscio galleggiante in qualsiasi condizione di mare e di cielo, viaggia il proprietario della barca e unico passeggero Fred Blake, giovanotto bellissimo dai nervi assai scossi: “Con i capelli arruffati, la pelle chiara e gli occhi azzurri, col suo splendore primaverile, somigliava al giovane Bacco di un quadro veneziano.”
L’agile imbarcazione è partita di gran carriera da Thursday Island (in realtà da Sidney, come apprenderemo in seguito) con lo scopo di ridare tempra al ragazzo cagionevole di salute, benché “il suo ampio torace e la struttura atletica smentivano la favola della tubercolosi”. Qualcuno ha sborsato dei bei soldi per metterlo in salvo da complicazioni assai gravi, una vicenda intrigata e quanto mai intrigante che il lettore verrà a scoprire strada facendo grazie al testimone della storia, il dottor Saunders, un medico inglese, radiato dall’Albo, che da innumerevoli anni vive ormai mimetizzato nell’isoletta di Fuchu. Saunders è basso e paffuto, molto brutto nell’insieme con una faccia rincagnata e capelli ormai radi, “ma la sua bruttezza lungi dal ripugnare, era simpatica”; e i cinesi lo considerano il miglior medico dell’Estremo Oriente, soprattutto per le malattie degli occhi in cui è uno specialista insuperabile. Quando lo incontriamo per la prima volta si trova infatti a Takana, un’isola in fondo all’arcipelago malese in cui si è chiamato con onorari principeschi a operare la cataratta del potente mercante Kim Ching. E il medico è da qualche settimana in annoiata attesa di un vapore che lo riporti dalle sue parti, quando approdano Blake e il capitano Nichols, skipper provetto ma anche manigoldo incallito. Il dottore vede in loro la soluzione per farsi trasportare fino al primo porto di transito, Timor, Macassar, Surabaja. Ma il giovane non lo vuole tra i piedi, oppone resistenze isteriche, destinate ad infrangersi contro la determinazione del capitano che, soffrendo di gastrite cronica, individua in Saunders una opportunità di guarigione. E il Fenton riprende il largo con il nuovo ospite, in un clima turbato di sospetto, nervosismo e sfiducia reciproca. Cosa nascondono i due uomini del ketch, da cosa stanno fuggendo e quale segreto c’è tra loro?
Maugham è il narratore superlativo che tutti conosciamo, uno dei maggiori che sia mai apparso su questa Terra, e le sue pagine possiedono il fluire stesso della vita e del sogno insieme. Un incantesimo a cui è impossibile sottrarsi, noi stessi assorbiti magneticamente nell’avventura come in una favola. Il placido scivolare del Fenton tra venti benevoli, si imbatte presto in una violenta tempesta monsonica; giorno e notte onde ciclopiche, simili a muraglie, si abbattono sulla barca a vela squassandola con una tale violenza da sembrare sul punto di travolgerla e mandarla in pezzi. Saunders che pure da vero filosofo è abituato a confrontarsi a viso a aperto con ogni contrarietà della vita, vive ore di puro, irrazionale, terrore che mai avrebbe creduto di provare; eppure lo stupore maggiore consiste nel vedere il capitano Nichols incollato al timone senza l’ombra di stanchezza, quasi estasiato di cavalcare quel fortunale con suprema maestria e il gusto della sfida dipinta sul volto: “Gran barche queste, reggono a un uragano. Preferisco navigare su questi ketch australiani da pescar perle che su un transatlantico!”.
Quando ormai ogni speranza di scamparla appare vana e soltanto una doppia dose di oppio riesce a quietare il medico rintanato nell’angusta cabina sotto coperta, la mattina al risveglio il mare è tornato calmissimo. Il bialbero non rolla più: con il fiocco ridotto a brandelli e una scialuppa persa, “stavano passando tra due isole così vicine che pareva di navigare in un canale”. La burrasca li ha portati fuori rotta, a ridosso dell’isola di Kanda, dove i piroscafi della Regia Compagnia Olandese di Navigazione facevano scalo regolare. Kanda è il centro abitato del vulcano Meria, “un alto colle conico coperto dalla giungla fin quasi alla cima. E dal cratere si levava, come un enorme pino a ombrello, un denso pennacchio di fumo”. Il Fenton per non dare nell’occhio si ormeggia al vecchio e traballante pontile di legno: “C’erano magazzini fin sulla riva e case indigene su palafitte, con tetti di paglia. Bambinetti nudi giocavano nell’acqua chiara. Un cinese con un copricapo a larga tesa pescava da una canoa. Alle spalle del paese c’era una collinetta sormontata da un’asta dalla quale pendeva floscia una bandiera olandese”. “Ci sarà un albergo?” Mormora il dottore osservando quella città fatiscente.
L’albergo c’è, e ai due lati della strada ci sono anche bungalow che mostrano una certa qual nobiltà, con i tetti sorretti da colonne doriche e corinzie in modo da formare alte verande. Rappresentano le ultime tracce di una passata e ormai svanita prosperità. Ad accogliergli nell’albergo è un danese che parla un inglese corretto, Erik Christensen, rappresentante di una ditta del suo paese: “Sotto i trent’anni, altissimo, almeno un metro e novanta, e largo di spalle; un fisico possente e sgraziato che dava un’impressione di grande forza e insieme di goffaggine”. Il gigante buono emana dalla persona un candore fanciullesco e gli occhi amichevoli brillano di benevolenza: “E’ un bel posto – spiega ai nuovi arrivati – il più romantico d’oriente. Volevano trasferirmi ma li ho pregati di lasciarmi qui.”
Il giovane riesce immediatamente simpatico al dottore e sarà lui stesso a introdurli presso il personaggio più illustre dell’isola, un colto inglese di nome Frith. Rimasto vedovo di un’avvenente moglie scandinava, il bizzarro gentiluomo vive insieme all’anziano suocero, proprietario della piantagione di noce moscata e chiodi di garofano, e alla figlia diciottenne Louise, un’autentica apparizione:
“L’unico segno che si era accorta degli stranieri fu una leggera scrollata di testa, quasi involontaria, per sciogliere i capelli, che le scendevano fin sulla schiena. Come una nuvola i capelli si sparsero sul collo e le spalle. Foltissimi, e di un biondo così chiaro e cinereo da parer quasi bianchi, non fosse stato per il loro fulgore. Il sarong attillato che l’avvolgeva non celava nulla delle sue forme…” Fred Blake se ne invaghisce perdutamente a prima vista. Ma anche Christensen è innamorato di lei, da quando era una bambina, e non è difficile immaginare ciò che il racconto ci riserva. Tutte le tensioni, i segreti, le emozioni accumulate fino a quel momento si addensano come in una precipitazione elettrolitica a contatto dell’isola incantata; e veniamo trascinati in un vortice senza scampo dalla sapienza narrativa di Maugham, studiata fino al più impercettibile dettaglio. Un piacere senza paragoni per chi non si accontenta delle trame, ma sa che in qualsiasi narrazione è soltanto la scrittura che conta. Soltanto la scrittura.
“Louise indossava un sarong verde, di seta, con un complicato disegno a fili d’oro, di uno splendore sommesso; giavanese, del tipo che a Djiokjakarta le donne dell’harem portavano nelle cerimonie ufficiali. Aderiva al suo corpo sottile come una guaina, teso sui giovani capezzoli e teso sui fianchi stretti. Le spalle e le gambe erano nude. Era bella da togliere il fiato”.
Acque morte vide per la prima volta la luce nel 1932: “Una vicenda d’amore, di fuga e di morte – si disse – che lascia spossati come una febbre tropicale”.

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