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L’indignazione ipocrita per i morti di serie A e l’indifferenza per le vittime di serie B

 

Le notizie della strage di Dacca hanno destato in tutti noi un profondo orrore. Un’indignazione forte e viscerale per le nove vittime italiane manifestata ampiamente sui social media in parallelo al cordoglio e al sostegno delle istituzioni, e del Paese tutto, alle loro famiglie.
Ma all’indomani di un altro attentato, ancor più tragico, è inevitabile porsi una domanda retorica, almeno per la sottoscritta.
Quanti hanno provato, anche in minima parte, la stessa prostrazione nell’apprendere che lo Stato islamico aveva colpito a Baghdad, nel pieno delle celebrazioni per il mese santo del Ramadan, uccidendo almeno 180 persone?
Basta confrontare gli spazi dedicati dai quotidiani, e dai media mainstream in generale, ai due episodi per avere l’ovvia risposta.
Se da giornalista posso comprendere, ma non accettare, certe logiche legate al ‘senso’ e alla portata, essendo coinvolti dei nostri connazionali, della notizia come essere umano le ripudio e trovo giusto sottolineare queste aberrazioni dei sentimenti. Un’indignazione ipocrita di cui bisognerebbe vergognarsi.
L’attentato di domenica sera in Iraq è il peggiore subito dal Paese dal 2009 a oggi. Uno dei feroci mai sferrati dall’invasione statunitense del 2003.
Un furgoncino è esploso nell’affollato quartiere benestante di Karada, causando la morte immediata di 143 persone e più del doppio di feriti con lesioni che nel giro di poche ore li strapperanno alla vita.
Per non parlare dei dispersi che si contano a dozzine, fatti a pezzi da una deflagrazione che ha fatto tremare tutta la capitale irachena. Morti di cui i familiari non avranno neanche un corpo da piangere.
Tra questi ultimi si contano moltissimi bambini. Il mezzo imbottito di esplosivo è saltato in aria di fronte a un edificio a tre piani che ospitava ristoranti e negozi. Un punto di ritrovo e di svago per le famiglie.
Ma si è trattato solo dell’ultimo di una lunga serie di attacchi contro la popolazione dell’Iraq che, solo a giugno, hanno causato 662 vittime mentre i feriti ammontano a 1.457.
A tenere la macabra conta è la missione di assistenza delle Nazioni Unite nel Paese (Unami) che ha pubblicato in queste ore il rapporto sugli episodi di violenza e attentati dello scorso mese.
I morti di giugno si vanno a sommare agli 867 di maggio e ai 1.459 feriti, ai quali vanno aggiunte le ‘perdite’ dei combattimenti per la liberazione della città di Fallujah, nella provincia di al Anbar.
Insomma un bollettino che non può lasciare indifferenti. Ma il mondo su quanto avviene in Iraq, pressoché ogni giorno, non presta la stessa attenzione, né manifesta sgomento e vicinanza come per i morti di Parigi, Bruxelles, Orlando e, in generale, occidentali. Eppure la matrice degli attentati è sempre la stessa.
In Medio Oriente a colpire sono stati jihadisti esperti di Daesh, a Dacca sono entrati in azione giovani bengalesi di estrazione sociale medio alta votati alla causa del Califfo senza esserci mai entrati in diretto contatto.
Terrorismo islamico che ha come obiettivi indistintamente musulmani e cristiani, in ogni latitudine.
L’attacco a Baghdad ha falciato soprattutto vite giovanissime. Alcuni erano solo dei bambini. Eppure la portata della reazione mediatica e della mobilitazione collettiva è stata a dir poco imbarazzante.
Ancora una volta assistiamo a un parallelo ignobile: da un lato i morti ‘occidentali’, quelli di serie A, dall’altro quelli di serie B… mediorientali, asiatici e africani.
E mi chiedo e vi chiedo: se l’empatia per i tedeschi e gli italiani vittime del terrorismo in Turchia come in Bangladesh, o per la Francia e il Belgio, di cui possiamo percepire e condividere la paura nel rendersi conto che il proprio paese non sia più il luogo dove si supponeva di essere al sicuro, è totale e globalizzante, non dovrebbe essere altrettanto naturale piangere e ricordare le vittime irachene, yemenite e pakistane che non riceveranno lo stesso supporto da parte dell’Occidente?
E invece l’attenzione dedicata a quest’ultime, a causa della lontananza dei luoghi in cui si è consumato il loro dramma o per le appartenenze religiose, è debole, sbiadita.
Anzi.
L’unico effetto evidente è che interi popoli continuano a essere ostracizzati per gli atti imperdonabili di un gruppo di mostri.
Ma la vita di un musulmano innocente non è meno preziosa di quella di un cattolico in Europa o di un cristiano negli Stati Uniti.
Crimini orrendi si stanno susseguendo nel nostro continente sempre a frequenza maggiore ma si stanno verificando a un ritmo ancora più allarmante in Medio Oriente e in Africa, eppure non si ‘illuminano’ edifici né cambiano i profili sui social a sostegno delle vittime e delle loro famiglie di queste realtà che forse alcuni ritengono responsabili quanto i terroristi che ci colpiscono.
Ed è su questo che bisognerebbe riflettere e ammettere ipocrisie e indifferenza di una parte di mondo, elementi che alimentano ulteriore odio e terrore.

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