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Le oscurità della strage di via D’Amelio

 

Il 19 luglio 1992, alle 16.58 una auto Fiat 126 rubata contenente circa 90 chili di esplosivo del tipo Semtx-H (miscela di PETN,tritolo e T4) telecomandati a distanza, esplose in via Mariano D’Amelio 21, dove abitava la madre di Paolo Borsellino, presso la quale il giudice si era recato in visita. Nelle due auto cerano il magistrato,Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta Agostino Catalano,Emanuela Loi,Vincenzo Li MUli,Walter Eddie Casina ed Eddie Traina,l’unico sopravvissuto e risvegliatosi in ospedale dopo l’esplosione fu Antonino Vullo che descrisse così l’esplosione: il giudice e i miei colleghi erano già scesi dalle auto, io ero rimasto alla guida, stavo facendo manovra e stavo parcheggiando l’auto che era alla testa del corteo. Non ho sentito alcun rumore, niente di sospetto, assolutamente nulla. Improvvisamente è stato l’inferno.

Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare l’auto blindata. L’onda d’urto mi ha sbalzato dal sedile. Non so come ho fatto a scendere dalla macchina. Attorno a me c’erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto. ”
Lo scenario descritto dal personale della squadra mobile di Palermo giunta sul posto qualche minuto dopo l’esplosione  parlò di decine di auto distrutte dalle fiamme, altre che continuano a bruciare,proiettili che a causa del calore esplodono da soli, nonché alcuni corpi orrendamente dilaniati. Gli agenti di scorta dichiararono che si trattava di una via pericolosa in quanto molto stretta ed era stato chiesto da loro che si vietasse parcheggiare ma il Comune non aveva accolto la richiesta.
Di processi per la strage dal 1993 ce ne sono stati quattro. Nel primo due banditi del quartiere La Gudagna con precedenti penali per rapina,spaccio di droga e violenza sessuale), Salvatore Candura e Vincenzo Scarantino si autoaccusarono del furto della auto 126 e accusarono Salvatore Cancemi e Gioacchino La Barbera divenuti in seguito collaboratori di giustizia del piano mafioso-terroristico e della sua attuazione  Dopo alcuni anni e accuse tra vari mafiosi ,la Corte di Assise di Appello di Caltanissetta giudicò inattendibile Scarantino  e assolse Pietro Scotto e ridusse la condanna di Orofino confermando le condanne all’ergastolo del mafioso Profeta e quella a 18 anni di Scarantino. Nel 2000 la Cassazione confermò quelle condanne.

Borsellino bis.
Nel gennaio 1996 vennero rinviati a giudizio i mafiosi Salvatore Riina,Pietro Agleiri,Carlo Greco, Giuseppe Calabiscetta, Giuseppe Graviano e Salvatore Biondino(accusati da Scarantino di aver partecipato alla riunion decisiva per la strage) ma anche i mafiosi Francesco Tagliavia,Cosimo Vernengo,Natale e Antonino Gambino, Giuseppe La Mattina, Lorenzo Tinnirello ,Gaetano Murano, Gaetano Scotto,  Giuseppe Urso, Salvatore Tomaselli, Giuseppe Romano e Salvatore Vitale(accusati di essersi occupati della preparazione dell’autobomba e del trasferimento della medesima sul luogo dell’attentato).
Ma nel settembre del 1998 Scarantino ritrattò tutte le accuse sostenendo di aver subito maltrattamenti durante la detenzione e  di essere stato costretto a collaborare dal questore La Barbera.

Borsellino Ter.
nel 1998 iniziò il terzo troncone del processo scaturito dalle dichiarazioni di nuovi collaboratori di giustizia come Brusca e Cancemi membri delle commissioni provinciali e regionali di Cosa Nostra e quindi di aver avallato la realizzazione della strage Borsellino come la precedente in cui era morto Giovanni Falcone con gli agenti della scorta il 23 maggio 1992 a Palermo)

Borsellino Quater
Riuniti i processi in un’unica e nuova istruttoria grazie alla confessione di Gaspare Spatuzza(ex mafioso di Brancaccio) iniziò a collaborare con la giustizia smentendo la versione data dai collaboratori    di giustizia Candura e Scarantino e dichiarò di aver compiuto il furto dell’auto la notte dell’8 luglio 1992 (dieci giorni prima dell’attentato) con il suo sodale Vittorio Tutino su incarico di Cristofaro Cannella e di Giuseppe Graviano( capo della famiglia mafiosa di Brancaccio). La versione di Spatuzza era stata precisa e venne giudicata attendibile dalla procura di Caltanissetta che decise di riaprire le indagini. Nell’aprile 2011 anche uomo di fiducia del mafioso Giuseppe Graviano confermò le confessioni di Spatuzza.

Nel 2013 si aprì il processo Borsellino Quater dopo le definitive condanne di Spatuzza e Tranchina. Sempre in quell’anno si aprirono indagini contro Antonino Buscemi, Pino Lipari, Giovanni Bini,  Antonino Reale, Benedetto D’Agostino e Agostino Catalano, ex titolari di grandi imprese che si occupavano dell’illecita gestione di grandi appalti (per concorso in strage).

Nel febbraio 2006 la Procura di Caltanissetta aprì un ‘indagine sulla scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino sulla base di una fotografia scattata da un giornalista subito dopo l’attentato in cui si vedeva l’allora capitano Giovanni Arcangioli che si allontanava da via D’Amelio con la borsa del giudice Borsellino che venne ritrovata nell’auto distrutta dall’esplosione dopo alcune ore. Interrogato dai giudici Arcangioli sostenne di aver consegnato la borsa ai giudici Vittorio Teresi e Giuseppe Ayala(sopraggiunti sul luogo della strage ma essi negarono la circostanza. Arcangioli venne incriminato per il furto dal gip di Palermo  che ne chiese nel 2008 il rinvio a giudizio.

Nel 2009  in seguito alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino sulla trattativa Stato-Mafia e a quelle della vedova di Borsellino che aveva detto che il marito le aveva parlato dei contatti tra il generale dei Carabinieri Antonio Subranni e ambienti vicini a Cosa Nostra e ancora alle dichiarazioni dei collaboratori Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca sull’insistenza di Salvatore Riina per accelerare l’assassinio di Paolo Borsellino mentre venne sospesa quella già in corso per l’uccisione dell’on. Calogero Mannino. A questo punto si è compreso che il progetto dei corleonesi era complesso ed aveva un aspetto politico-a favore di Cosa Nostra -e uno direttamente criminale-con la morte dei due magistrati di Palermo, a cui altri assassini sarebbero seguiti negli anni successivi.

Ed è sempre così nella storia delle associazioni mafiose: un obbiettivo centrale e altri minori ma altrettanto essenziali e necessari. Come sarebbe continuato a succedere nel ventunesimo secolo anche se sarebbero cambiati i protagonisti centrali. E a Cosa Nostra nel comando sarebbe succeduta l’associazione mafiosa calabrese,la Ndrangheta che ha il suo quartier generale tra Locri e Reggio Calabria.

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