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Dallas non è un posto qualsiasi

 

Un massacro fa esplodere nuovamente la sempre latente questione razziale negli Stati Uniti. I poliziotti trucidati a Dallas dopo lo stillicidio di neri uccisi a freddo nell’ultima settimana dagli agenti sulle strade del Sud, rievocano momenti tra i più bui. E il Texas è il Texas, da sempre terra di frontiera. E Dallas non è un posto qualsiasi. Nell’oltre mezzo secolo dall’ attentato a John Kennedy, che fu anche un attentato alla democrazia, la città è diventata una lapide alla massima violenza americana. Una tomba di quel cimitero che dai fiori e dai solenni squilli di tromba nei geometrici vialetti di Arlington si estende al sud polveroso di complotti assassini, ricco del lusso dei petrolieri e d’interessi spesso misteriosi, scossi in queste ore dalle sirene di ambulanze e auto-pattuglie.

Passandoci più d’una volta negli anni, ho visto decine di persone, per lo più americani di altre latitudini, ma anche stranieri di diversi continenti -europei, asiatici-, aggirarsi con la testa in aria per la Dealey Plaza cercando di orientarsi e capire di dove avevano sparato gli attentatori di quel giorno tragico che distrusse l’american dream. Così che oltre i video che li mostrano, immagino adesso tutti quegli agenti della polizia locale, di quella Federale, degli SWAT fare altrettanto, alla ricerca degli sparatori. E non è difficile immaginare neppure come anch’essi, comunque molti di loro, si stiano domandando cosa ci sia oltre il sangue e il dolore di questa nuova barbarie, quali fili clandestini possano averla messa in moto. Poiché pur di lontano, Obama l’ha detto:”E’ un attacco atroce, vigliaccamente calcolato”.

Se la preordinazione -come sul momento viene da ritenere, sebbene circondati come siamo dal buio fitto – è stata attenta al pari dell’esecuzione, non possono essere stati trascurati i suoi effetti sulla campagna elettorale. L’emozione destata dal massacro di poliziotti è enorme, destinata a durare a lungo. Gia si sta propagando dal Texas alla Luisiana e fin su al Minnesota (dove sono avvenuti i due più recenti assassinii di neri da parte di agenti di polizia), dalle frontiere meridionali a quella del nord, come dire da un capo all’altro degli Stati Uniti. Il quotidiano inglese The Guardian informa che i cittadini uccisi dalle forze dell’ordine sono stati 561 negli ultimi 6 mesi, mille e 146 nel 2015: una strage, le cui vittime sono soprattutto neri, che rappresentano solo l’11 per cento della popolazione statunitense.

I sentimenti suscitati dal continuo spargimento di sangue sono certamente contrastanti. Gli interessi legati al commercio delle armi e all’utilizzazione politica del persistente razzismo, insistono nell’attribuirne la responsabilità alle minoranze riottose, innanzitutto alla popolazione afroamericana. E giustificano sempre e comunque il comportamento delle polizie, a dispetto delle prove che spesso ne indicano la colpevolezza. I loro ultimi eccessi avevano già cominciato a mobilitare l’opinione pubblica democratica. Personalità dell’arte e dello spettacolo, da Robert Redford a Beyoncé, hanno denunciato ancora una volta la mancanza di rispetto di certe istituzioni per la vita di neri e latinos. Ora si rovesceranno su Hillary Clinton e Donald Trump. Non a caso i capi di democratici e repubblicani al Congresso invocano un comune sforzo di pacificazione. Vedremo se l’allarme verrà raccolto e come.

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