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“L’affaire tortora”. L’”affaire” che tanti non vollero vedere

 

L’”affaire” comincia trentatré anni fa. E’ il 17 giugno del 1983. L’autodafé prende corpo alle quattro del mattino. Tre  carabinieri irrompono in una stanza dell’hotel Plaza di Roma. In quella stanza c’è un uomo famoso: quando appare in televisione, mezza Italia si ferma a guardarlo. Si chiama Enzo Tortora, “Portobello”, amato e detestato, è comunque una trasmissione fiore all’occhiello della Rai: una trasmissione, se si vuole, zucchero e miele, comunque educata, non urlata; milioni di telespettatori ogni puntata. Arrestano Tortora e gli “incollano” reati da far tremare le vene ai polsi: lo accusano di essere un “cumpariello” della camorra legata a Raffaele Cutolo; lo accusano di essere un “cinico mercante di morte”, uno spacciatore di cocaina… Dopo, ma solo dopo, dopo “tanto dopo” si saprà che è stato arrestato per “pentito preso”; che non c’è ombra di prova, di indizio, non c’è nulla. Leonardo Sciascia annota: “Quando l’opinione pubblica appare divisa su un qualche clamoroso caso giudiziario – divisa tra  “innocentisti” e “colpevolisti” – in realtà la divisione è tanto sulla conoscenza degli elementi processuali a carico dell’imputato o a suo favore, quanto per impressioni di simpatia o antipatia. Ed è come uno scommettere su una partita di calcio o su una corsa di cavalli. Quello per settimane, mesi, è il cosiddetto “caso Tortora”.

Ancora oggi, trentatré anni dopo, resta inspiegabile come degli investigatori, dei magistrati, abbiano potuto dare credito a personaggi come Giovanni Pandico o Pasquale Barra, e via via, poi, a tutti gli altri sedicenti “pentiti”. Ancora oggi, trentatré anni dopo, resta inspiegabile che il Pubblico Ministero, nella sua requisitoria abbia potuto dire, senza ombra di incertezza: “…Ma lo sapete voi che più cercavamo le prove della sua innocenza, più emergevano elementi di colpevolezza?”. “Cercavamo”… Mai pedinato per coglierlo con le mani nel sacco, come pure sarebbe stato logico fare. Nessuna intercettazione telefonica nelle sue utenze. Nessuna ispezione patrimoniale e bancaria per cercare di individuare come e dove finiva il frutto del suo delinquere; neppure ci si dà pena di verificare a chi appartiene realmente il numero di telefono trovato nell’agendina di una convivente di un camorrista da quattro soldi.

“Cercavamo”… Chi ha cercato? Come ha cercato? Cosa ha trovato? A trentatrè anni di distanza, sono interrogativi senza risposta.
Nessuno dei “pentiti” che ha accusato Tortora è stato chiamato a rispondere per calunnia. I magistrati dell’inchiesta hanno fatto carriera. Solo tre o quattro giornalisti hanno chiesto scusa per le infamanti cronache scritte e pubblicate. Ora tutti parlano dell’infamia di cui Enzo è rimasto vittima. Trentatrè anni fa, quando dire quello che oggi dicono tutti, s’era davvero in pochi: Piero Angela, Giacomo Ascheri, Enzo Biagi, Vittorio Feltri, Massimo Fini, Indro Montanelli, chi scrive… Eppure quando Tortora viene esibito come “mostro”, in realtà di una mostruosità è vittima; mostruosità che si può vedere subito, e proprio chi avrebbe dovuto e potuto vederla non la vede. Non vuole vederla.
Tortora da quella vicenda ne esce schiantato. Stroncato da un tumore vuole essere sepolto con una copia della “Storia della colonna infame”, di Manzoni. Sulla tomba un’epigrafe, dettata da Sciascia: «Che non sia un’illusione».
Quello che doveva essere il “venerdì nero della camorra” diventa in realtà il venerdì nero della giustizia italiana; ma anche del giornalismo italiano: in tanti scrivono, buona o cattiva fede che sia stata a questo punto conta poco, una pessima pagina.
Certe cronache, certi articoli dovrebbero essere riletti, meditati… Ad ammonizione e insegnamento. Una volta, nella repubblica veneta, ai giudici si rammentava: “ricordatevi del povero Fornaretto”, messo a morte ingiustamente. Oggi nelle scuole di giornalismo,  e nelle nostre redazioni non sarebbe male ci fosse un cartello: “ricordatevi di Enzo Tortora”.

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