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Brexit: la rivolta dei dannati della globalizzazione

 

È inutile girarci intorno o starsi a perdere in inutili perifrasi: la responsabilità della Brexit ha un nome e un cognome ed è bene che lo si dica con chiarezza. Questo disastro è il frutto avvelenato della visione politica ed economica di Margaret Thatcher, del suo liberismo sfrenato e delle innumerevoli diseguaglianze che la cosiddetta “lady di ferro” introdusse, a suo tempo, nel Paese che aveva dato i natali a Keynes e a Beveridge.
Perché quando inizi a predicare che l’egoismo non è poi così male, che la società non esiste ma esistono solo gli individui, che il tutti contro tutti è il sale della democrazia e del confronto meritocratico, che la povertà è una colpa, che chi rimane indietro non va aiutato ma additato al pubblico ludibrio come responsabile della propria indigenza, che solo i vincenti meritano rispetto e gli altri si arrangino, quando inoculi nella società queste massicce dosi di veleno, prima o poi il battito cardiaco della medesima si ferma.

E la Brexit, questa catastrofe immane per la quale possono esultare e compiacersi unicamente coloro che non si rendono conto di cosa significhi, altro non è che il lascito straziante del trentennio liberista che si appresta a morire, anche se non si rassegna ad accettare il proprio sostanziale fallimento. Una società resa più povera, più diseguale, spaventata da ogni minimo mutamento e da un mondo che cambia ad una velocità che non consente nemmeno di fare mente locale su quanto sta avvenendo, una società nella quale i flussi migratori vengono gestiti in base alle convenienze elettorali di questo o quel governo e non a princìpi di puro buonsenso, oggi pressoché misconosciuti, questa società ha deciso di ribellarsi e dire basta e, purtroppo, lo ha fatto nel modo peggiore. In questi giorni, grazie a Enrico Letta e alla Scuola di Politiche che sto frequentando, ho avuto la fortuna di recarmi a Bruxelles e di toccare con mano quanto sia bello e utile il progetto europeo, quanto siano nobili e cariche di storia le sue istituzioni, quanto sia necessario rafforzarlo e renderlo sempre più aperto ed inclusivo affinché tutti se ne sentano protagonisti, ma proprio in quei luoghi mi sono posto la domanda: quanti ventenni hanno attualmente il privilegio di compiere un’esperienza del genere? E lì ho compreso le ragioni dei vari disastri cui stiamo assistendo in questi anni: la globalizzazione è meravigliosa, schiude frontiere un tempo impensabili, ci mette in contatto con il resto del mondo, ci offre opportunità di cui nessuna generazione precedente ha mai goduto; tutto vero, tutto giusto, peccato che riguardi solamente una piccola élite della quale faccio parte, probabilmente, solo perché ho la ventura di essere figlio di due genitori che hanno cominciato a lavorare e a costruirsi una posizione sociale prima dell’avvento del thatcherismo sfrenato e dei suoi emuli.
Al che mi sono chiesto: ma un mio coetaneo che vive in periferia, in una casa di settanta-ottanta metri quadri, con i genitori precari, i fratelli disoccupati e un lavoro che non si trova o che quando pure c’è, non gli consente di costruirsi alcuna prospettiva per il futuro, quel mio coetaneo perché dovrebbe sentirsi europeista o esprimere un voto “responsabile”? Perché dovrebbe amare un sogno che per lui è un incubo? Perché dovrebbe sentirsi incluso da un progetto che è stato sfigurato, fino a trasformarlo in una morsa escludente? E perché non dovrebbe odiare chi ha possibilità e occasioni che lui non avrà mai, che gli sono state negate dalla sua condizione di ultimo e di escluso, che gli mancano al punto che sarà sempre costretto a soccombere nel contesto di una società nella quale un domani per lui non è stato previsto? 

Perché questo ragazzo precario e abbandonato a se stesso, quest’uomo che si vergogna perché non sa come dare da mangiare a suo figlio, questo anziano che si vede scivolare nell’indigenza dopo una vita di sacrifici, perché questi poveri cristi non dovrebbero provare persino un pizzico di godimento nell’assistere al crollo delle borse, al panico sui mercati mondiali, agli infiniti dibattiti televisivi nei quali coloro che essi considerano i propri carnefici si aggirano con volti che emanano panico ad ogni inquadratura e al nostro pensoso e ipocrita interrogarci sui destini dell’umanità dopo essercene ampiamente infischiati per anni? 
È un “Muoia Sansone con tutti i filistei”, certo, c’è dietro un cinismo non so quanto lucido e quanto indotto dalla disperazione, altrettanto certo, è una scelta irresponsabile e pericolosa, è vero anche questo, ma quanto è stato irresponsabile e pericoloso rispondere alle richieste d’aiuto di queste persone con una scrollata di spalle, con un eccesso di austerità e con la presunzione di chi crede di sapere tutto e non si accorge o non si preoccupa del fatto che a furia di tirare la corda, questa è destinata a spezzarsi?
Ci siamo crogiolati per anni nell’assurda e devastante illusione che con la crisi in atto, al massimo, si sarebbe bagnata la terza classe e pazienza, abbiamo tacciato la rabbia montante nelle periferie e nei sobborghi di tutto il mondo come mero “populismo”, ci siamo affidati a parole insulse, frasi fatte e formule magiche per rassicurare i mercati finanziari e le banche d’affari e oggi ci stupiamo se chi si è visto messo da parte, con una fabbrica chiusa, un negozio fallito e magari un matrimonio andato in pezzi, ci detesta e vuole farcela pagare?
E pretendiamo che accolga gli immigrati a braccia aperte, considerandoli fratelli? Dovrebbe, certo, perché i seminatori d’odio che lo hanno convinto che siano stati i siriani, gli arabi o gli africani in fuga da una disperazione addirittura superiore alla sua a privarlo delle antiche sicurezze, altro non sono che degli ignobili ciarlatani a caccia di facile consenso elettorale, ma tutto questo ragionamento noi possiamo permettercelo perché la sera mangiamo senza patemi d’animo, magari anche al ristorante; se ci trovassimo nelle condizioni di chi non ha più, talvolta, nemmeno una ragione per andare avanti, state certi che saremmo anche noi abbrutiti e carichi di livore verso tutto e tutti.

Per dirla con il grande sociologo inglese Anthony Giddens, in questi anni ci siamo premurati di esportare e rendere globale la democrazia ma ci siamo dimenticati di democratizzare la globalizzazione, al punto che questa rutilante novità ha finito col diventare una camicia di forza, causando un abbassamento degli standard sociali e un’incertezza esistenziale che è diventata una sorta di cristallizzazione del concetto di precarietà.
Mutuando il Tacito dell’“Agricola”, abbassano i salari, aumentano l’età pensionabile, privano intere generazioni di un avvenire, trasformano le periferie delle nostre città in favelas, incolpano i deboli della loro condizione, li costringono a ripagare i costi di una crisi che non hanno creato, replicano con suprema arroganza ad ogni osservazione che faccia notare loro l’insostenibilità del modello di sviluppo adottato, ignorano l’allarme su una possibile disgregazione dell’intero edificio, calpestano ogni idea di comunità, si arroccano in un fortino inespugnabile, foriero di ogni sorta di iniquità, ci costringono a rinunciare alla sovranità nazionale senza garantirci alcuna sovranità continentale, appaltano il destino di centinaia di milioni di persone a famelici banchieri e titolari di multinazionali dagli standard etici inesistenti, hanno creato un deserto e l’hanno chiamato Europa.
Non lamentatevi, dunque, se da quest’inferno, dopo gli inglesi, proveranno ad uscire anche altri popoli. Non è giusto, non è accettabile, vorrebbe dire il ritorno a piccole patrie insignificanti nel contesto di un mondo sempre più globale e interconnesso ma questo è il problema politico che finora nessuno ha provato nemmeno ad affrontare, finché i dannati della globalizzazione non hanno infranto con un pugno il vetro che ci separa dalla realtà, portando nelle nostre case un po’ del loro dolore, un po’ della loro incertezza, un po’ del loro rancore sordo e violentissimo e, quel che più conta, la consapevolezza di non poter più tirare quel sospiro di sollievo con il quale troppe volte, al termine di una consultazione elettorale, avevamo accolto lo scampato pericolo, convinti che il conto non sarebbe mai arrivato.

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