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La parola acuta di Walter Tobagi

 

Nei giorni 15 e 16 aprile del 1978 si svolgeva un convegno a Milano su Realtà e ideologia dell’informazione organizzato dalla Casa della Cultura di Milano e dall’Istituto Gramsci di Roma. Tra i tanti giornalisti e scrittori intervennero anche Umberto Eco, Paolo Murialdi e Paolo Volponi.
Il problema più urgente e concreto da sciogliere riguardava “un tema nuovo e inquietante”:

“se sia giusto o meno concedere spazio ai messaggi che i gruppi terroristici inviano con lo scopo dichiarato di approfittare, diciamo così, gratuitamente del mezzo giornalistico e radiotelevisivo per ottenere un effetto di risonanza che influenzi e suggestioni l’opinione pubblica”.

Umberto Eco in quell’occasione ricordava che “uccidersi, digiunare, esporsi alla condanna per rifiuto della leva senza che nessuno lo venga a sapere è un gesto inutile. Il gesto diventa utile proprio perché se ne parla”. E “parlarne è un rischio che si deve correre” secondo Eco, perché solo parlandone si può dar luogo, tanto nell’opinione pubblica quanto tra gli “specialisti”, ad una riflessione sulla questione. “Una stampa responsabile deve parlarne in modo freddo, senza romantizzare la faccenda: e questa è la differenza tra stampa d’informazione e stampa scandalistica”.

Walter Tobagi precisamente 40 anni fa iniziava a scrivere per il Corriere della Sera. I suoi pezzi sulla politica, il sindacato, la situazione nelle fabbriche, la mafia, la cronaca nera, le correnti culturali, sono analisi acute, argomentate, critiche. Leonardo Sciascia osservò che dava fastidio perché “aveva metodo” mentre il politologo Giorgio Galli lo descrive come “il giornalista che meglio aveva capito il partito armato”.

Il gruppo di fuoco che ucciderà Tobagi il 28 maggio 1980 si era dato il nome “XXVIII marzo”, giorno della pubblicazione dell’articolo Adesso si dissolve il mito della colonna imprendibile. Il generale Dalla Chiesa infatti, aveva fatto irruzione nel covo dei brigatisti di via Fracchia a Genova lasciandone alcuni a terra. Scriveva Tobagi che dopo l’irruzione si poteva parla di svolta “che può rivelarsi determinante nella lotta contro il terrorismo” ma che, allo stesso tempo “la dimensione della svolta è difficile da valutare”. Di certo però “il mito dell’imprendibile brigatista genovese che colpisce ma non può essere mai scoperto, comincia a dissolversi”.

In C’è una regola dei due anni, termine oltre il quale non resiste il Br clandestino scrive che “dopo quel che è successo a Genova la paura non può non aleggiare anche nelle basi dei terroristi” e in Non sono samurai invincibili l’analisi di Tobagi diventa tagliente: “il tentativo di conquistare l’egemonia nelle fabbriche è fallito, […] le Brigate rosse si sforzano di dimostrare una forza superiore a quella reale, però chi vuol combattere seriamente il terrorismo non può accontentarsi di un pietismo falsamente consolatorio, non può sottovalutare la dimensione del fenomeno. […] Lo sforzo che si deve fare è di guardare la realtà nei suoi termini più prosaici, nell’infinita gamma delle sue contraddizioni; senza pensare che i brigatisti debbano essere, per forza di cose, samurai invincibili”.

Anche i pentimenti dei terroristi sono per Tobagi un segnale che deve essere compreso immediatamente perché determinante e che infatti, non sfugge alla sua penna:
“l’immagine delle Brigate rosse si è rovesciata, sono emerse falle e debolezze. E forse non è azzardato pensare che tante confessioni nascano non dalla paura, quanto da dissensi interni, laceranti sull’organizzazione e sulla linea del partito armato”.

Tobagi aveva capito e soprattutto, aveva saputo raccontare. Dopo la sua morte, le dichiarazioni di Marco Borbone, l’assassino del giornalista, insieme a quelle di Patrizio Peci e di altri si rivelarono decisive per ricostruire e smantellare la rete dell’organizzazione. Successivamente, nella prima metà degli anni Ottanta, le operazioni delle forze dell’ordine si intrecciano con la progressiva rottura del fronte interno delle Br: è la sconfitta non solo militare ma anche politica della lotta armata.

Sì, Tobagi aveva paura da molto tempo: nel suo quaderno personale, nel febbraio 1979, scriveva:
“è stata ritrovata una scheda con il mio nome nella borsa tipo 24 ore lasciata da un terrorista in viale Lombardia. Provo una sensazione di angoscia. Questa paura mi accompagna da più di un anno, da quando uccisero Carlo Casalegno e mi toccò scrivere di brigatisti…” .
E più Tobagi aveva paura, più forte era l’urgenza della sua coscienza e intelligenza umana:
“…al lavoro affannoso di questi mesi va data una ragione, che io avverto molto forte: è la ragione di una persona che si sente intellettualmente onesta, libera e indipendente e cerca di capire perché si è arrivati a questo punto di lacerazione sociale, di disprezzo dei valori umani […] per contribuire a quella ricerca ideologica che mi pare preliminare per qualsiasi mutamento, miglioramento nei comportamenti collettivi”.

Tobagi aveva saputo spiegare ai lettori la debolezza di chi, non riuscendo più a vedere né a capire, gli sparava contro un colpo sordo. Era la bestialità di un uomo che in realtà si sentiva completamente disarmato di fronte alla parola acuta di Walter Tobagi.

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