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I tre populismi complementari

 

È iniziato tutto nell’autunno del 2011, quando il governo Berlusconi-Scilipoti, gravato dalle frizioni interne e dagli innumerevoli trasformismi sui quali si reggeva, oltre ad essere stretto nella morsa di uno spread giunto fino a quota 575 punti, dovette arrendersi all’evidenza e lasciare il posto all’esecutivo tecnico guidato da Mario Monti.
Ovviamente, come tutti i governi composti da comuni mortali, anche il super-esecutivo dei “meglio geni del bigoncio”, appena ottenuta la fiducia in Parlamento, si è trasformato in un governo più che mai politico, con i pregi e i difetti propri di tutti gli altri.
È allora, tuttavia, che hanno cominciato a diffondersi, fino ad arrivare al culmine con l’avvento a Palazzo Chigi di Matteo Renzi, i tre populismi complementari che adesso andiamo ad analizzare, con la premessa che si tratta di tre forme di anti-politica l’una più dannosa dell’altra e, purtroppo, capaci di prendersi per mano e di distruggere progressivamente quella sana dialettica fra opposti schieramenti che sola potrebbe restituire un minimo di passione civile ad un Paese oggi senza politica e senza prospettive.

Il populismo rabbioso delle élites

È il populismo in loden, il populismo in tailleur, il populismo in giacca e cravatta, con ai piedi scarpe da diverse centinaia di euro, è il populismo dall’alto che la dice lunga sul declino delle élites italiane.
È il populismo di chi guadagna decine di migliaia di euro al mese ma passa la giornata a berciare all’interno di tutti i talk show contro i costi, a suo dire esorbitanti, della politica, chiedendo il taglio delle baby-pensioni (divenute ormai la sentina di tutti i mali) e dei vitalizi nonché una lotta senza quartiere contro pensioni d’oro (comprese quelle di un normale insegnante di liceo a riposo dopo quarant’anni di lavoro), vitalizi e pensioni di reversibilità.
È il populismo di chi non è mai andato al di là della propria cattedra universitaria o della scrivania della propria redazione, di chi non ha mai preso un autobus in vita sua, di chi vive completamente avulso dalla realtà, di chi non conosce minimamente la società che analizza ma se ne occupa con voluttuoso interesse, osannato qualunque cosa dica o faccia, specie se si tratta di fesserie.
È il populismo di chi invoca l’aumento dell’età pensionabile, essendo il più delle volte già in pensione, di chi si scaglia contro il familismo amorale salvo aver fatto assumere i propri familiari a dritta e a manca, di chi predica bene e razzola male, di chi sostiene che i salotti televisivi abbiano fatto ormai il loro tempo ma non se ne perde uno, di chi guarda la società dall’alto in basso e considera i più deboli alla stregua di formiche, di chi disprezza e reputa inutile la politica e il confronto democratico al punto di dedicare elogi sperticati alla formula delle larghe intese “sine die”.
È il populismo di chi in gioventù era comunista “perché Berlinguer era una brava persona” ma caduto il Muro di Berlino si è scoperto convintamente capitalista e riformista: in poche parole, un voltagabbana senza ritegno e senza dignità, ma guai a farglielo presente perché si inalbera e replica piccato che lui non è mai venuto meno agli ideali della gioventù, solo che il mondo cambia e sei tu che non ti sai adattare.
È il populismo di chi un tempo praticava un ambientalismo persino un po’ fesso, battendosi contro qualsiasi realizzazione perché guai a modificare l’habitat del “bacherozzo di Mukulele” mentre oggi è a favore del TAV, del nucleare, delle trivelle, del cemento a gogò e, più che mai, dei propri lucrosi gettoni di presenza in questo o quel CdA, senza contare altre auguste poltrone non meno prestigiose e redditizie.
È il populismo di quegli editorialisti che, da ragazzi, sognavano la rivoluzione sulle colonne del Manifesto, poi hanno capito che il sol dell’avvenire non sarebbe sorto, che l’utopia era scomparsa per sempre e che una bella difesa dell’imperialismo dell’America reaganian-clintonian-bushiana, delle sue guerre e del suo sistema socio-economico iniquo e disumano fosse il miglior viatico per fare carriera.
È il populismo di quegli economisti e di quei docenti universitari che non ne hanno mai indovinata una ma che, al tempo stesso, per dirla col maestro Scola, “stanno sempre in cattedra come tutti i falliti”.
È il populismo di quelli che la politica non serve, destra e sinistra sono concetti superati, bisogna guardare avanti e andare oltre, al che si ha la certezza che finiranno, inevitabilmente, a destra o, peggio ancora, nel Partito della Nazione.
È il populismo dei bonus al posto del riconoscimento dei diritti, dell’asfalto elettorale, degli 80 euro elargiti in vista delle elezioni, delle manovre in deficit che ci privano di ogni credibilità in ambito internazionale e degli assalti ciechi nei confronti dell’Europa, salvo poi tacere quando si tratta di difendere la Grecia da chi la sta spolpando.
È un populismo abbastanza colto, senz’altro ricco, molto propagandato e spacciato per l’unica alternativa possibile ma non per questo meno dannoso e umiliante degli altri; anzi, lo è assai di più, in quanto, a differenza degli altri, sta governando come peggio non si potrebbe da quindici anni a questa parte (se si eccettua la breve parentesi prodiana), privandoci dei nostri diritti, delle nostre libertà, dei valori fondanti racchiusi nella nostra Costituzione e, non ultimo, della Costituzione stessa, stravolta e deformata nello spirito e negli ideali che animarono i padri costituenti.

Il populismo rabbioso della destra

È un populismo becero, trumpista, lepenista, i cui obiettivi sono gli immigrati e i più deboli, visti come pericoli da una base sociale immiserita e ormai priva di ogni speranza, dunque feroce, incattivita e pronta ad accettare messaggi che un tempo avrebbe rifiutato senza remore.
Va contro le élites che hanno fallito, si scaglia contro il presunto “buonismo” di chi, in realtà, si limita a dire cose di buon senso, grida senza costrutto, mira unicamente, almeno a livello di vertici, a garantirsi una rendita di posizione senza doversi assumere alcuna responsabilità di governo, ma riesce comunque a illudere milioni di persone.
È il populismo dovuto al fallimento della cosiddetta destra liberale: un mondo che in Italia, se mai è esistito, è stato sempre ultra-minoritario, soppiantato da una parte dall’impresentabile destra fascista e dall’altra da una destra degli affari, dei conflitti d’interessi, delle copertine patinate, delle gaffes e delle figuracce internazionali, delle battute fuori luogo, dell’incapacità di prendere sul serio qualsivoglia questione e, infine, del baratro e della resa alla prepotenza dei dogmi europei tuttora dominanti.
È il populismo figlio del fallimento delle larghe intese, di questi governissimi inconcludenti e, in alcuni casi, profondamente arroganti, dei miscugli senza meta e senza identità, dei disperati tentativi di conservare la poltrona ad ogni costo e, infine, delle riforme sbagliate e lesive della dignità e del futuro di milioni di cittadini.
Probabilmente, non arriverà mai al governo ma riesce, tuttavia, a imbarbarire senza limiti il dibattito politico, ad annientare ogni passione civile e a mostrare lo spettacolo indecente di una contrapposizione fra due tipi di urla: quelle prepotenti dei liberisti da un lato e quelle xenofobe dei razzisti all’amatriciana dall’altro.

Il populismo rabbioso della sinistra

Non è nemmeno solo di sinistra: si propone come trasversale e in parte lo è, anche se le sue radici sono inequivocabilmente da ricercare a sinistra, andando a scavare nei nostri errori, nelle nostre chiusure, nella nostra grettezza, nella nostra protervia e nella nostra stupidità.
Messo a confronto con lo stuolo di paninari arricchiti e di “personaggetti” senz’arte né parte che pretendono di essere considerati classe dirigente, in politica e in tutti i settori che le ruotano attorno, a tratti sembrano quasi degli statisti, salvo poi scadere, a loro volta, nel populismo più becero e fastidioso, stucchevole e distruttivo.
Avrebbero buone idee ma non sono in grado di portarle avanti senza infarcirle di accuse generiche alla “casta” (della quale, peraltro, ormai fanno parte anche loro), non riescono a separare la parte che vorrebbe provare a governare il Paese, e che potrebbe davvero renderlo migliore, dalla parte che non sa andare oltre gli insulti rivolti contro l’universo/mondo e i cori da stadio lesivi della sacralità delle istituzioni, offrono spesso al populismo elitario la corda con la quale quest’ultimo li impicca, inchiodando tutti noi al degrado nel quale siamo immersi.
Incapaci di fare squadra, vittime di trent’anni di predicazione individualista e caratterizzati in maniera inconsapevole da quell’egoismo indotto che distrugge ogni comunità, costituiscono il più grande cruccio di quanti si sforzano quotidianamente di ascoltare, comprendere e dar voce ad alcune delle loro rivendicazioni.
Purtroppo, spiace dirlo, ma sono condannati alla resa e, in un tempo che potrebbe essere lungo ma anche molto breve, all’estinzione, lasciando senza rappresentanza una moltitudine di italiani che si era rivolta a questo populismo tutto sommato bonario nella speranza di scardinare un sistema insostenibile e di combattere insieme quelle battaglie per la legalità, la giustizia e la trasparenza di cui abbiamo più che mai bisogno.

Da questo quadro disperante, che delinea chiaramente i contorni di un tripolarismo malato, con una forza conservatrice priva di reali alternative e due forze, l’una estremista e l’altra inaffidabile, prive di una reale prospettiva di governo, forse si comprende meglio per quale motivo una percentuale crescente di italiani diserti ormai le urne, ben sapendo che il risultato è scontato e non sentendosi rappresentata da nessuna di queste proposte.
Bisognerebbe tornare a una sana alternanza, a un Paese che respiri con due polmoni, a una diversità effettiva e in grado di legittimare gli avversari e di rispettarne l’azione di governo, pur contrastandola; bisognerebbe ricostruire una sinistra ulivista da contrapporre a una destra liberale; bisognerebbe ricomporre la frattura storica fra riformisti e movimentisti; bisognerebbe, in poche parole, compiere un autentico miracolo. Se mai avverrà, temo che ci vorranno anni.

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