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Albertazzi, perdente “di successo”. Tra edonismo e rinascimentale raziocinio

 

Chissà, né mai sapremo, se negli istanti in cui percepiva di intraprendere  il suo ultimo viaggio, Giorgio Albertazzi, provocatorio, sarcastico, miscredente come solo rari intelletti toscani sanno essere, coniugando genio e sregolatezza con  ‘metodo’ tutto estroverso, dissacratorio, genere “La cena delle beffe” di Sem Benelli; chissà se Albertazzi, dicevo, abbia avuto tempo e voglia di rammaricarsi del mancato,iperbolico,  approdo cui si proponeva di giungere prima di lasciare il gran teatro del mondo (orribile o seducente al mutare delle età e prospettive). Carezzare il sogno, strampalato ma irresistibile di convincere la coetanea, indefettibile Franca Valeri a fargli da damigella  per un’ultima scorreria shakespeariana: recitare insieme, finchè le forze lo avrebbero consentito, un’edizione  “consapevolmente senile, rincoglionita, seriamente romantica di…Romeo e Giulietta”. Non si sa nulla   della reazione di Franca, ma – conoscendone l’estro e l’anarchica bizzarria-  è probabile che avrebbe accettato di ‘entrare in ditta’.
Tornando invece alla nuda cronaca partecipiamo, da stamani, alla notizia di un decesso anagraficamente ‘normale’ ( 93 anni), ma emotivamente inatteso:  da parte di un interprete variegato e ‘tracotante’ (se, non a torto, ne denigravano  i brutti trascorsi di ragazzo  repubblichino , egli si  riaccendeva della  costante rivalsa dell’artista …“che dall’uomo si scinde”) che, sino a due mesi fa, abbiamo assaporato in una delle sue ennesime repliche (oltre 800!) delle “Memorie di Adriano”  di Marguerite Yourcenar (fedele, premurosa regia di Maurizio Scaparro). E  che, appena la scorsa stagione ‘proruppe’ (dai praticabili del Teatro Ghione di Roma) in una delle più sapienti, delicate, dimessamente introspettive interpretazioni del “Mercante di Venezia”, mai viste dopo la morte di Salvo Randone.      Indizio, non secondario, di una ritrovata ‘umiltà’ e ‘gentilezza’ d’animo  del tutto impensabili durante la lunga, prismatica giovinezza dell’Albertazzi ‘bello come il sole’ e in perenne discordia con la sua ex compagna di arte e di vita, Anna Proclemer, valchiria di un’idea di immedesimazione attorale, stentorea ed implacabile, come solo Elena Zareschi e Sarah Ferrati seppero essere nella lunga traversata del teatro italiano, durante il secolo.breve.  Alla quale, Giorgio Albertazzi seppe opporre un’espressione tutta particolare della sua  fremente ‘ricerca’  di attore moderno, contemporaneo. Dunque affrancato dai riveriti, paludati, enfatizzanti cascami di certo naturalismo ‘essudato’ e affaticato’ che –direttamente dalla lezione di Stanislavkij e Sharoff-   erano stati  il magistero artistico della patristica italiana,   secondo Ruggeri, Zacconi, Benassi, Ricci, Tumiati (e la meravigliosa eccezione del caro, oggi ignorato Sergio Tofano).
In parallelo con  quanto ebbi a scrivere alla morte di Luca Ronconi, Giorgio Albertazzi fu, sin dal suo esordio, attore essenziale, immanente, sfaccettato: secondo una metodologia di auto-esposizione (gli fu maestra Bianca Toccafondi, anch’ella sparita da tanta memoria) che non rinnegava i suoi illustri antenati, ma li prosciugava, li essiccava di ogni orpello o infingimento che rasentasse la platealità ruffiana.
Volendo storicizzare il pensiero, direi che, se Vittorio Gassman era stato il diluvio istrionico, intelligente, dirompente, post-barocco dello spettacolo italiano, Giorgio Albertazzi- suo ideale dirimpettaio ma non rivale- corroborò il suo ‘essere artista’ (architetto, traduttore, impresario, regista) alla luce di un raziocinio che contemperava, senza escandescenze, un temperamento edonista, eversivo, bulimico di eros e un equilibrio, autodisciplina, senso della misura di ascendenze rinascimentali, anzi medicee, in cui Apollo rintracciava  Hermes per poi congiungersi, come beata triade, nell’accogliente alcova della  Dea Afrodite.
Albertazzi, va però chiarito, non fu il solo ‘privilegiato’ (istintivo e istruito talento)  a indossare lo svecchiamento della scena italiana consentaneo al ‘Teatro di regia’ (Strehler, Squarzina, Pandolfi)  Altri attori, a lui non inferiori, ma di diversa fortuna ed inciampo esistenziale, avrebbero potuto arricchire il teatro italiano del secondo novecento  se non ci avessero prematuramente lasciato: penso al ‘fragile’ ma strepitoso Alberto Lionello, all’affabile, laconico, auto.struggente Luigi Vannucchi, all’introverso ed impalpabile Aroldo Tieri (l’unico cui la vita si concesse sino a tarda età). Con Tino Buazzelli, Tino Carraro  e l’ancora vegeto Gianrico Tedeschi a far da ‘anello di congiunzione’ tra ottocento e novecento, staffette inquiete, carnivore  che tutto assorbivano e tutto trasfiguravano (dalla classicità a Jonesco, dalla Sacra Rappresentazione a Wilde e Miller), essendo poi riconosciuti-maestri di quell’attore di Fiesole “che sapeva usare la voce come un violino di Stradivari” – seduttore senza ostentarlo,  e    potenziale rivale di Alain Delon, “se solo avesse proseguito nel cinema”. Artista ed ‘esecutore’ in cui tutto si ricomponeva, rifocillava e poi si rilanciava come olimpico atleta di una maratona “senza traguardo” (così qual è il teatro, nel lontano insegnamento che ebbi da Ruggero Jacobbi).
Necessità di spazio, e temuta noia arrecabile al lettore, mi spingono ad assemblare in apposita colonnina le interpretazioni più significative dell’Albertazzi, singolare sovrano (poco sensibile alle corone) di teatri e sceneggiati televisivi.  Avendo però cura (quasi certo che nessuno lo farà) di riconoscere in lui, oltre all’onirico, eburneo interprete di “L’anno scorso a Marienbad” di Resnais e di un irreperibile “Lorenzaccio” di Ferdinando Poggioli (tra i maggiori ‘formalisti’ del cinema in orbace), l’artefice eccentrico, e probabilmente da rivalutare, di un ‘unicum’ cinematografico, “Gradiva” del 1970, ispirato ad un racconto di Wihlelm Jensen (ispiratore, non meno di Schnitzler di tante intuizioni del giovane Freud), ove la cara e sperduta Laura Antonelli proiettava lo spettatore, mediante stilemi da thrilling  letterario  (ondivago tra le rovine di Pompei e l’alluvione di Firenze) nel bel mezzo di una sciarada che non mi pare fosse solo esercizio di stile.
Ma epifania  di una bellezza (quella di Laura), indifesa e oltraggiata, come da cronache giudiziarie, dall’inclemenza del mito e dell’avvenenza in lifting. Tra le altre rovine della misteriosa Etruria.
-Ps  Nell’unica intervista che, decenni fa, al Teatro Greco di Taormina,  feci ad Albertazzi prima di un “Satyricon” in tandem con Michele Placido, carpii il segreto, mai del tutto chiarito, della sua riluttanza per il cinema. “Dove l’attore deve andare avanti e indietro come una moviola e le esigenze del regista. Saltare da pala in frasca per quel che esigono la sceneggiatura e il piano di lavorazione …A teatro, invece, è tutto così lineare, meravigliosamente metodico”

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