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Caso Regeni. Autorità egiziane incattivite e repressive

 

Manconi invita al boicottaggio turistico verso l’Egitto, paese insicuro per tutti

di Piero Pantucci

Segnali di inversione di rotta da parte dell’Egitto sul caso Regeni per ora non se ne colgono. Al contrario, come era prevedibile, dopo l’uscita in prima persona di Al Sisi, ora il regime egiziano si incattivisce sulle posizioni ufficiali, quelle che negano ogni responsabilità politica e scagionano le forze speciali dalle accuse di sequestro, tortura e uccisione di Giulio Regeni. Chi dà deboli segnali di ruolo politico è il governo italiano, che dopo il richiamo dell’ambasciatore, sta ancora studiando quali siano le prossime mosse da fare.

A fare le spese dell’irrigidimento cairota sono innanzitutto i movimenti civili egiziani che si battono per il ristabilimento della democrazia e denunciano i molti casi di soprusi e di arresti. Nei giorni scorsi, la polizia ha effettuato numerosi arresti. Fra gli arrestati spicca l’avvocato Ahmed Abdallah Al Sheikh, dirigente della Commissione Egiziana per i diritti e le libertà (Ecfr). A segnalare, preoccupata, la scomparsa di Ahmed Abdallah Al Sheik, era stata la famiglia Regeni, che nell’avvocato egiziano aveva trovato un convinto collaboratore nella ricerca della verità sulla morte di Giulio. La conferma dell’arresto di Al Sheik è stata data dal quotidiano Al Masry al Youm, che però, dà conto della versione ufficiale, che nega il provvedimento essere legato al caso Regeni. Al Sheik, scrive il quotidiano cairota, riportando dichiarazioni della polizia, sarebbe stato arrestato per partecipazione a manifestazione non autorizzata.

Ma quale manifestazione? Si tratterebbe delle proteste, svoltesi il 25 aprile, contro la “svendita” delle isole del Mar Rosso Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita. Peraltro, mentre Amnesty International comunica che l’arresto è stato compiuto a casa dell’avvocato, nella notte fra il 24 e il 25 aprile, e dunque prima delle manifestazioni di piazza, un’altra fonte – il sito Aswat Masriya – riferisce che l’arresto è avvenuto nella mattinata di lunedì 25 aprile. Di certo, non è un provvedimento restrittivo di routine, se è vero che l’arresto, in un primo tempo stabilito in quattro giorni, è stato prolungato a 15, come si legge sul sito Abdelaiah.com.

Un altro segnale di quanto si sia appesantito il clima politico in relazione al caso Regeni lo ha fornito, con uscita molto maldestra, una conduttrice egiziana filogovernativa, Rania Yassem, che, forse in cerca di facile notorietà, nel corso di una trasmissione televisiva sul canale Al Hadath, è sbottata in un “Regeni? All’inizio mi faceva pena, ma ora vada al diavolo. È tutto un complotto occidentale contro l’Egitto”. Non si tratta di una voce prestigiosa, ma rappresenta pur sempre l’espressione del disagio che vive l’Egitto che si riconosce nella guida di Al Sisi.

Clima pesante come si vede, che testimonia il crescente nervosismo delle autorità egiziane, che hanno visto naufragare l’appello di Al Sisi a non esercitare “pressioni politiche”. Queste pressioni in realtà ci sono. La più significativa viene da Londra. Si era dato conto nei giorni scorsi di una petizione, partita dall’Università di Cambridge e sottoscritta da 11.360 (prevalentemente negli ambienti universitari) che sollecitava il governo britannico ad assumere iniziative per una indagine completa e veritiera sulla morte di Giulio Regeni. Questa petizione ha indotto il Foreign Office ad una presa di posizione formale, che seppur espressa con linguaggio diplomatico – valutare “ogni possibile scenario” nelle indagini – suona di fatto come una pesante critica all’operato degli inquirenti egiziani (e dunque al governo) per come, dopo tre mesi, ancora non si sia fatta alcuna luce su questo caso.

La prima reazione egiziana al passo del Foreign Office ha un carattere provocatoriamente ritorsivo: si chiede alle autorità inglesi di far luce sulla morte, in un garage londinese, per un incendio, di un ventunenne cittadino egiziano. Che fa il paio con la richiesta rivolta all’Italia di notizie su un egiziano – Adel Moawwad Haykel – scomparso a Roma il 6 ottobre scorso. Come se la solerzia e la credibilità delle indagini egiziane sull’uccisione di Regeni potessero ricevere un tonico dal chiarimento (che comunque deve esserci) sulla sorte dell’egiziano scomparso a Roma.

Della preoccupazione e della insoddisfazione che l’inerzia del governo italiano sta dimostrando, si è fatto interprete Luigi Manconi, presidente della Commissione straordinaria Diritti Umani del Senato. Manconi accusa il nostro governo di “eccesso di prudenza” e definisce il comportamento egiziano “una sorta di sfida alle opinioni pubbliche, alle istituzioni, agli Stati di diritto occidentali”. “Oggi l’Egitto non è un Paese sicuro: non lo è stato per Giulio Regeni, non lo è per migliaia di cittadini egiziani, non abbiamo alcuna garanzia che lo sia per coloro che vogliano recarsi là per le più diverse ragioni: ricerca, studio, turismo, lavoro, relazioni culturali”. L’Egitto va boicottato turisticamente, aggiunge Manconi. Già oggi il flusso turistico occidentale, che rappresenta il 12/14% del pil egiziano, si è consistentemente ridotto, ma continua ad essere una cospicua fonte di reddito. “Sul sito www.abuondiritto.it” conclude Manconi “abbiamo pubblicato un appello, rivolto soprattutto ai giovani, a non recarsi in Egitto”. Questo appello, corredato da un messaggio, sottoscritto da oltre 90 europarlamentari, è stato indirizzato a Federica Mogherini, alto rappresentante per gli Affari Esteri della Commissione Europea. Sta all’Europa, a questo punto, assumere concrete iniziative per far comprendere ad Al Sisi che la pressione politica, lungi dall’essere stemperata può trovare altri e più autorevoli interpreti.

da jobsnews

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