Zygmunt Bauman ripensa e analizza gli attentati di Bruxelles, come destino dell’Europa

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Il sociologo, filosofo e intellettuale Zygmunt Bauman ha scritto questo intervento per Social Europe. La sua analisi sugli attentati di Bruxelles è come sempre impietosa, provocatoria, stimolante. Abbiamo tradotto alcuni passaggi per i nostri lettori.

Davvero il “cuore dell’Europa” è stato attaccato con successo, come molti opinionisti hanno insinuato dopo gli attentati terroristici di Bruxelles? Oppure dovremmo condannare ed evitare questo simbolismo così apprezzato dai terroristi?

Quel “cuore” che i terroristi selezionano, puntano e decidono di colpire sono proprio quei luoghi pieni di telecamere e di giornalisti, sempre assetati di nuove e scioccanti sensazioni che garantiscono il primato tra le informazioni per pochi giorni. Altrove, il bilancio delle vittime è superiore di dieci volte, tra il Tropico del Cancro e il tropico del Capricorno (Somalia, Yemen o Mali), e gli attentati non hanno alcuna possibilità di amplificazione rispetto a New York, Madrid, Londra, Parigi e Bruxelles. È in questi ultimi luoghi che il bisbiglio assume la potenza dei tuoni; in un solo minuto – un biglietto aereo, un kalashnikov, un esplosivo primitivo fatto in casa, le vite di uno o di una manciata di disperati – un cospiratore in cerca di gloria può ottenere ore e ore, giorni e settimane di tempo televisivo; e, ciò che è più importante, innescare una nuova serie di colpi inferti dai governanti locali ai valori democratici che essi invece sono tenuti a proteggere e che i terroristi tendono a distruggere.

Era quello il principio di fondo della strategia dei terroristi globali fin dall’inizio: data la mediocrità delle loro risorse molto limitate, poter contare sulla sollecitudine alla mobilitazione delle risorse, illimitate al confronto, ma ampiamente vulnerabili dei loro nemici dichiarati. I terroristi hanno appreso molto presto, e bene, l’arte di coniugare pubblicità ampia e crescente con i profitti della disseminazione del terrore pagando un prezzo assai modesto – traendo profitto e scommettendo sullo zelo col quale i loro avversari sarebbero stati costretti a legarsi o a scegliere i loro schemi di gioco.

La gestione dei terroristi (col nostro aiuto, suvvia!) punta ad assicurarsi che ovunque venga commesso un attentato, i suoi effetti si riverberano sull’intera Unione Europea. Oggi, gli atti terroristici sono, si potrebbe dire per ironia, i fattori più potenti della unificazione dei membri di una Unione sotto altri aspetti fatta a pezzi. La paura, la cancellazione del volume sempre più crescente di risorse per la costruzione dei muri, per sostenere un esercito più largo di organi di sicurezza e di comando, per acquistare e installare strumenti di controllo sempre più costosi, nella vana speranza di prevenire i prossimi attentati: tutto ciò colpisce non solo quei luoghi direttamente attaccati, ma soprattutto quei punti nei paesi dell’Europa a “seconda velocità” che i terroristi – avendo fatto valutazioni secondo un rapporto tra i probabili costi e benefici – non hanno alcuna intenzione di attaccare.

In diretto contrasto con l’infame previsione di Victor Orban, “tutti i terroristi sono immigrati”, quasi tutti i terroristi che operano sul teatro europeo sono cresciuti dentro l’Europa. I cospiratori più abili, scaltri e ostili che escogitano e comandano o sollecitano le azioni terroristiche dal salotto sicuro delle loro case distanti, possono di certo vivere in paesi esteri, ma i loro soldati sul terreno vengono reclutati tra la gioventù locale, quella gioventù deprivata, discriminata, umiliata, incattivita e vendicativa, priva di prospettive future. Mantenere quella gioventù in quello stato di deprivazione significa trasformare i problemi sociali che richiedono soluzioni sociali in problemi di sicurezza che richiedono risposte militari; è questo, forse, il modo migliore col quale le nostre autorità collaborano coi terroristi: seguendo la regola dell’occhio per occhio piuttosto che impiegando valori morali più elevati combinati con una prospettiva radicale e di lungo periodo, continuiamo ad allargare l’area di reclutamento che i comandi terroristici sono impazienti di impiegare integralmente. Incapaci di fornire ai propri correligionari vite importanti, i fondamentalisti islamici offrono loro la seconda ricetta migliore per mettere in salvo la loro autostima e la dignità umana danneggiate: una vita piena di senso. Molti di loro (non dimentichiamo mai di dare credito ai nostri vicini mussulmani quando ci dicono che quei molti erano e sono una scarsa minoranza di mussulmani nati e cresciuti nei paesi europei) si arrendono alla tentazione, dopo aver sperimentato altre strade umanamente più dignitose, ma dimostratesi impraticabili, per loro.

E così troppo spesso scopriamo tra i titoli dei giornali, nei commenti degli esperti invitati negli studi televisivi e nei discorsi dei politici di primo piano, che siamo in uno stato di guerra contro il terrorismo. Ma “guerra al terrorismo” non è altro che un ossimoro (non c’è spazio sufficiente per discuterne ampiamente qui). Se si applicano alla serie attuale di attentati e alle nostre risposte, gran parte, se non tutte, le metafore che si riferiscono all’esperienza bellica tradiscono e ci conducono a pensare nella direzione sbagliata; nascondono la verità della condizione presente invece di portarci alla comprensione dei fenomeni. Tutto considerato, l’impiego della metafora bellica nel nostro tentativo di recidere le radici del terrorismo globale è davvero il peggiore dei consigli.

Molte guerre dividono i combattenti in vincitori e vinti, trionfatori e sconfitti. Per questa unica ragione la nostra lotta al terrorismo non si può classificare nella categoria delle guerre. Da questa lotta nessuna delle parti può emergere vittoriosa (tranne forse i produttori, i venditori e i trafficanti di armi micidiali). Il commercio globale delle armi ha trasformato, d’ora in avanti, il pianeta in un campo minato, del quale sappiamo che le esplosioni devono avvenire, prima o poi drammaticamente, ma di esse non possiamo prevedere il dove e il quando. Le armi pronte all’uso criminale sono ampiamente disponibili (secondo il consiglio di Anton Cechov agli scrittori realisti: “se c’è un fucile attaccato al muro nel primo atto della commedia, deve essere usato nel terzo”). Dopo tutto, la selezione degli obiettivi è determinata dalla disponibilità sul posto dei dispositivi bellici. Secondo la logica della razionalità strumentale al contrario (“ditemi a quali usi questo dispositivo si può prestare”, trasformato in “questo si può fare, e facciamolo!”), le nuove opportunità, possibilità e occasioni conducono alla rivalutazione della relativa attrattività degli schemi comportamentali aperti alla scelta, e per procura rivoluzionano le probabilità di queste linee di condotta piuttosto che di quelle, che tenderanno ad essere più spesso selezionate tra le alternative.

Sulla scala del nostro pianeta globalizzato, lo sminamento dei campi minati (o se si preferisce l’altra categoria del castello sull’acqua – ovvero costruire muri nella speranza di fermare i migranti al di là “del nostro cortile”) difficilmente è una proposta che diverrà realisticamente efficace in un futuro prevedibile. Al confronto, appare più realistica, per quanto fantasiosa, l’intenzione di recidere il problema alla radice – ovvero, deprivando gli amanti del terrore e i loro promotori del lusso di reclutare in lungo e in largo coloro che verranno costretti a maneggiare quelle armi per fini crudeli. L’unica (ma drammatica) ragione per aver paura è la possibilità (si spera scarsa) che l’Europa abbandoni i valori per i quali è stata creata e si pieghi al codice di comportamento e alla mentalità dei terroristi – commettendo un suicidio, perché essa è la patria della verità, della morale e della bellezza, nonché il luogo di nascita delle idee di libertà, uguaglianza e fraternità.

Da jobsnews