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Turchia, 33 giornalisti incarcerati. Altre decine rischiano di fare la stessa fine

 

Non esiste luogo in Europa, oggi, più ricco della Turchia di storie e contraddizioni. Mentre a Bruxelles si è trovato  un complesso accordo economico sull’emergenza migranti, nel paese resta alta la tensione dopo l’attentato ad Ankara, 37 morti la scorsa domenica. Una notizia mondiale ma non locale: subito dopo le stragi, le televisioni hanno ricevuto l’ordine di non trasmetterne le immagini. Bloccati in tutto il paese anche i social network. Ragioni di sicurezza, per il governo di Erdogan: parlare di attentati –la tesi- ne amplificherebbe il messaggio. L’ennesimo colpo alla libertà di stampa, invece, per le tante associazioni di giornalisti indipendenti che descrivono il paese come “la più grande prigione a cielo aperto per cronisti”. Al momento 33 giornalisti sono incarcerati. Altre decine rischiano di fare la stessa fine: le pene per i reati a mezzo stampa sono salatissime e quasi mai un deterrente. Ma Turchia vuol dire anche il centro dello scacchiere più caldo del mondo. L’Isis al confine con la Siria. La ripresa della guerra tra esercito e PKK curdo. I rapporti tesi con la Russia, in una guerra fredda globale. I migranti che passano in Tuchia con ogni mezzo, sognando l’Europa del benessere. Situazioni che chiedono solo di essere raccontate.

In un paese sempre più diviso tra spinte modernizzatrici e derive autoritarie, l’appello dei giornalisti indipendenti turchi alla comunità internazionale è sempre più forte: “Non essere lasciati soli nella battaglia più importante”, quella dei diritti. Lo ribadisce Murat Cinar, cronista turco che collabora con diverse testate indipendenti del paese, e che vive a Torino da quindici anni. “Sono rimasto in Italia dopo aver completato gli studi” racconta, “e qualcosa vuol dire: evidentemente è più facile lavorare qui che a casa”. In tempi di comunicazione globale, Murat vive un paradosso: arriva a conoscere i fatti della Turchia, pur vivendo in Italia, meglio di amici e parenti rimasti ad Istanbul; ed è proprio lui, in una sorta di solitario lavoro di contro-informazione, a informarli nel dettaglio. Tra i temi più spinosi, i migranti. Murat ne ha parlato diffusamente in una intervista a Matteo Spicuglia, trasmessa dalla RAI – TGR Piemonte. “Il paese è cambiato. Sul fronte migratorio parliamo di 3 milioni di rifugiati siriani, e di 150mila iracheni.

La Turchia sta cercando di affrontare una situazione complessa, ma con una precarietà incredibile in termini di rispetto di diritti umani. Su questo punto Turchia e Unione Europea hanno le stesse responsabilità. Pensiamo ai negoziati sui migranti. Un portale greco ha diffuso le intercettazioni del premier turco con esponenti della commissione e del parlamento europeo. Sono trattative su quanti immigrati spostare, su come gestirli. I diritti civili passano in secondo piano”. Non possono sfuggire i molti interrogativi sulla libertà di stampa e di espressione. “I 33 colleghi in carcere sono in gran parte della stampa curda: si tratta di uno degli effetti del conflitto interno che viviamo da decenni. Oppure sono oppositori, ex alleati, o giornalisti socialisti. 33 sono stati condannati, alcuni all’ergastolo, altri sono sotto processo, altri ancora lo aspettano”. E nel frattempo, ogni voce non allineata fa ancora più fatica ad emergere. Una situazione che non lascia spazio per grandi iniezioni di ottimismo. “Come vedo il futuro? Non bene, purtroppo”. Un’altra ragione per cui gli appelli alla solidarietà e ad una forte attenzione internazionale sulla Turchia non possono essere disattesi.

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