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Ogni giorno avviene un femminicidio e ogni anno un milione di donne subiscono violenza

 

“Sono Francesca Viola, ma tutti mi chiamano Franca, diminutivo usato da mia madre”. È iniziato così, in occasione della giornata delle donne ad Alcamo, il breve intervento di Franca Viola, “fuiuta” contro la sua volontà nel 1965 da Filippo Melodia, figlio del boss mafioso di Alcamo. È passata alla storia dell’emancipazione femminile grazie al suo rifiuto d’accettare il matrimonio riparatore che avrebbe fatto assolvere i suoi rapitori e il suo violentatore.

Un giovane e valente avvocato democristiano di sinistra, Ludovico Corrao, protagonista nel ‘58 della rivolta autonomista milazziana contro la visione accentratrice della Dc di Fanfani, riuscì a trasformare il processo contro un giovane e arrogante rampollo di famiglia mafiosa in un fatto epocale con echi internazionali, esaltando il coraggio dell’allora diciassettenne Franca Viola, prima donna siciliana ribellatasi all’antico costume della “fuitina” – sempre sanato dal matrimonio riparatore, pena il “disonore” per tutta la vita della sfortunata donna .

Hanno parlato ai giovani studenti delle medie superiori di Alcamo che hanno affollato il locale teatro Marconi, il commissario regionale del Comune, Giovanni Arnone, la giornalista Silvana Polizzi, il presidente del Consiglio comunale Scibilia ed io, nella qualità di Presidente del Centro Studi Pio La Torre, fondato trent’anni fa, nel 1986, proprio ad Alcamo, prima di essere trasferito a Palermo anni dopo.

Simbolicamente, ribellione personale e ribellione sociale sono stati i temi che hanno guidato la giornata dell’Otto marzo. Non chiamiamola, però, “festa” dal momento che il faticoso processo storico dell’emancipazione e liberazione femminile non è ancora concluso. In Italia, com’è stato ricordato nel corso della conferenza, ogni giorno avviene un femminicidio e ogni anno un milione di donne subiscono violenza, senza contare le enormi violenze subite dalle donne nelle aree del mondo dove non è riconosciuto loro alcun diritto o dove sono perseguitate dalla fame, dalle guerre, o sradicate dai luoghi natii dalle migrazioni epocali.

Le discriminazioni ancora presenti, le diseguaglianze, le povertà impediscono perciò di chiamare l’8 marzo “festa”, nascondendone i drammi e i lutti con l’esaltazione consumistica e opulenta della civiltà occidentale.

Infatti, il faticoso percorso storico della modernizzazione è segnato dalla progressiva estensione e modificazione del concetto di cittadinanza e dei rapporti tra Stato e società civile. La stessa ricerca storica per molto tempo ha ignorato la storia delle donne, estranee ed escluse dalla politica, riuscendo a tenere separate la storia sociale da quella politica. Dalla rivoluzione americana e quella francese fu riconosciuta la sovranità al popolo e l’uguaglianza ai cittadini, ma fu negato il voto alle cittadine perché ritenute inadatte alla vita pubblica e politica e non intellettualmente capaci di guardare agli interessi generali al lontano bene comune, essendo dedite alla casa e alla famiglia, cioè a interessi particolari e vicini.

In Italia, solo il governo d’unità nazionale del dopoguerra e poi la Costituzione repubblicana cancellano quest’ abnorme esclusione, con il voto alle donne e la modifica radicale del concetto di cittadinanza e dei rapporti tra Stato e società civile. Tuttavia, non fu un diritto “concesso”, ma conquistato dalle donne che al Nord erano state co-protagoniste della guerra di liberazione e al Sud del grande movimento contadino per la riforma agraria.

Il primo Otto marzo fu celebrato nel 1945, mentre l’Italia era attraversata dalla guerra di liberazione. Il primo Otto marzo dell’Italia liberata si tenne con l’adozione della mimosa come fiore simbolico poiché indica, secondo gli indiani d’America, forza e femminilità. Simbolo vietato poi da Scelba nei primi anni cinquanta perché “atto a turbare l’ordine pubblico” assieme ai banchetti delle donne, perché occupavano abusivamente il suolo pubblico. La Costituzione fece delle donne “soggetto politico” e non più oggetto, ma l’applicazione dei suoi principi, in questi settant’anni è avvenuto e avviene, in modo non semplice e lineare. Ancora oggi non abbiamo superato tutti i limiti della disparità di genere e ottenuto una sostanziale pari opportunità.

Ancora oggi l’Italia è al 71esimo posto tra i 136 paesi del mondo per pari opportunità; ha più donne in Parlamento, ma poche in posizioni ministeriali (è al 60esimo posto); solo il 51% delle donne hanno un’opportunità di lavoro a fronte del 71% degli uomini. Il lavoro delle donne ancora oggi è remunerato meno di quello dell’uomo. Liberazione e emancipazione femminile vanno di pari passo con il processo di emancipazione e di dignità del lavoro. Povertà, disuguaglianza, mafie, corruzione, rendono  vuoti i diritti primari della persona e della società civile, svuotano la democrazia e aprono le porte a nuovi processi autoritari.

Negli anni ’60, dopo il boom economico che aveva fatto uscire il paese dalle distruzioni della guerra, nel momento in cui si rendevano necessarie riforme per correggere gli squilibri sociali generati dallo sviluppo impetuoso, il partito di maggioranza relativa dell’epoca, la Democrazia Cristiana, decise di aprire a una parte della sinistra, esclusa sino ad allora dal governo, per i vincoli interni ed internazionali. Aprì al Partito socialista, cercando di isolare il Partito Comunista più forte dell’Occidente, ma il nuovo quadro politico suscitò tentativi di colpi di Stato autoritari e neofascisti – dal Piano Solo del 1964 alla strategia della tensione degli anni ’70 che fu accompagnata da assassinii, stragi e intrecci tra terrorismo nero, rosso e quello mafioso. Ma erano gli anni durante i quali le grandi masse popolari sventarono questi tentativi reazionari, mentre si registravano mutamenti epocali sul piano del costume, della cultura, laica e religiosa.

Il 1963 fu l’anno dell’enciclica di Giovanni XXIII “Pacem in terris”, pubblicata durante la grande crisi di Cuba che rischiò di far precipitare il mondo in una guerra atomica. Papa Giovanni aprì la Chiesa alla modernità, si rivolse a tutti gli uomini di buona volontà, e non solo ai cristiani, riconobbe l’emancipazione delle grandi masse lavoratrici e delle donne, prefigurò i contenuti del Concilio Vaticano II. In quel clima sociale e culturale che incubava la maturazione del movimento studentesco del ’68, frutto della scolarizzazione di massa e di mutamenti culturali e di costume, contraddetti dai tentativi di arretramento autoritario, avanzavano anche le istanze di adeguamento del diritto di famiglia. Il caso eclatante di Franca Viola, di doppia ribellione di una persona inerme e mite, contro la violenza maschilista e quella mafiosa, contribuì a far avanzare quell’esigenza che sarà riconosciuta dal Parlamento solo nel 1981 quando fu abolito il delitto d’onore, l’adulterio femminile e il matrimonio riparatore in caso di ratto. Nel 1993 furono riconosciute le quote rosa per le elezioni degli enti locali, nel 1996 furono varate le norme contro la violenza sessuale, per la prima volta riconosciuta reato contro la persona e non contro la morale. Il messaggio consegnato ai giovani di Alcamo e a tutte le nuove generazioni discende anche da questa schematica descrizione del processo di avanzamento culturale e sociale del nostro paese. Ma le nuove diseguaglianze, i nuovi poteri multinazionali, la crescita del divario Nord-Sud e della povertà, le migrazioni epocali di popoli per fame o guerre rischiano di travolgere gli stessi ordinamenti democratici. Compito della nuove generazioni è di creare nuove solidarietà e nuove forme di partecipazione (usando anche i nuovi strumenti di comunicazione e i social network). La democrazia è partecipazione, non delega, e controllo della classe dirigente e della sua azione di servizio per il bene comune, come hanno saputo fare Ludovico Corrao e Pio La Torre con le loro lotte per l’avanzamento della società civile e politica affinché cancellassero mafia, violenza e sopraffazione.

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