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“Ravensbrück. Il lager delle donne”. Fotografie di oggi per non ripetere la storia di ieri

 

(fotografie di Carmelo Vecchio) – L’ultimo lavoro fotografico di Ambra Laurenzi “Ravensbrück. Il lager delle donne”, è stato pubblicato da Punto Marte editore già da qualche mese su impulso dell’ANED,  l’Associazione Nazionale ex Deportati nei campi nazisti, per ricordare insieme a altre iniziative il settantesimo anniversario della Liberazione.

Presentato in aprile sul luogo stesso che evoca nel corso delle celebrazioni commemorative che lì si sono tenute, il libro è tornato in questi giorni all’attenzione in occasione del Giorno della Memoria 2016. Due le iniziative che hanno preso spunto da questo lavoro per celebrare la ricorrenza del 27 gennaio, entrambe con la partecipazione di studenti e studentesse della scuola secondaria.

Una a Roma alla Camera dei Deputati, che ha visto accanto all’autrice, come relatori, Aldo Pavia, vice presidente nazionale ANED, e Enrico Menduni, ordinario di Cinema, fotografia e televisione nell’Università Roma Tre. L’altra a Orvieto, città dove da alcuni anni Ambra Laurenzi vive, corredata dalla partecipazione attiva degli studenti del Liceo Classico e Scientifico che hanno letto alcuni brani del libro, dalla
musica di Roberto Ausilio e dalla partecipazione di Rodolfo Ricci. Quest’ultimo, esperto di problematiche multiculturali in quanto segretario della FIEI (Federazione Italiana Emigrazione Immigrazione) e coordinatore della FILEF (Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e Famiglie), ha dato il suo contributo nella prospettiva, secondo Laurenzi assolutamente necessaria, di osservare la deportazione e lo sterminio nazista con uno sguardo più ampio su altri esempi di deportazione e genocidio, al fine di interpretare e di evitare i differenti ma comunque pericolosi nazionalismi dell’oggi.

In altre parole, pur riconoscendo un unicum alla deportazione nazista – che potrebbe consistere nel suo delirio politico-filosofico apertamente esplicitato e nella sua programmata e efficientissima macchina organizzativa di sfruttamento e annientamento della persona fino alla “soluzione finale” – l’orrore del genocidio per motivi razziali, religiosi, economici e di imperialismo espansionistico non ha risparmiato, né in tempi relativamente recenti né in tempi a noi contemporanei, altre aree del pianeta, pur insistendo in modo forse meno forte e raccapricciante sulla nostra coscienza di 12592412_10207351487377196_3464245305372069177_noccidentali in quanto più lontano.
Indipendentemente dai momenti celebrativi a cui ha dato afflato e voce, il libro di Ambra Laurenzi ha di per sé un valore sia artistico sia di testimonianza che ne fa una pubblicazione originale e notevole. Il volume ricostruisce la memoria del campo di concentramento di Ravensbrück attraverso una serie di immagini fotografiche della sua contemporaneità, che sono il risultato di un lavoro decennale di avvicinamento da parte dell’autrice, figlia e nipote di deportate in questo lager perché appartenenti a una famiglia antifascista e sopravvissute a questo infernale luogo. Membro del Consiglio Nazionale dell’ANED e dal 2008 delegata per l’Italia nel Comitato Internazionale di Ravensbrück, Laurenzi ha avuto modo di entrare in contatto in varie occasioni con quello che di questo campo di concentramento resta, in termini sia di tracce della deportazione nazista sia di atmosfere ricreate dal discreto e suggestivo memoriale.

Se il linguaggio fotografico è l’indiscusso protagonista del libro, a rendere più completa e efficace questa operazione di memoria che si pone dichiaratamente tra la storia di ieri e l’oggi – “Ravensbrück, fotografie di oggi per comprendere la storia di ieri” è il titolo dell’introduzione – comp
aiono nel volume brevi testi curati da Aldo Pavia, per lo più testimonianze delle ex deportate che sono sopravvissute, e due brevi schede: una sulla storia del campo di concentramento, l’altra sul Comitato Internazionale di Ravensbrück, che si è formato con un primo nucleo già nel 1948 e che ancora svolge la sua funzione per coltivare la memoria del luogo. La postfazione è stata invece affidata a Adriano Arati e Matthias Durchfeld, referenti dell’Istituto storico di Reggio Emilia, considerata la loro esperienza pluriennale nei viaggi della memoria insieme ai giovani. Uno degli scopi dell’autrice è infatti quello di trovare forme di avvicinamento alle nuove generazioni, compito che in questa nostra epoca dell’immagine la fotografia può probabilmente assolvere meglio di altre forme comunicative e che è bene esplicito nell’ultima istantanea del libro: una ragazza con un fiore bianco in mano, ripresa di spalle di fronte al lago Schwedt in cui sono disperse le ceneri delle donne di Ravensbrück.

535355_10207350404070114_2624952326844128804_nContrariamente a quel che è accaduto in altri campi, fotografati dagli alleati al momento della liberazione o successivamente da fotografi della memoria, di Ravensbrück – liberato dall’Armata Rossa nell’aprile del 1945 e restato in dotazione all’esercito sovietico fino alla riunificazione delle due Germanie – non esistono immagini fotografiche, se non quelle di un servizio di propaganda commissionato nel 1942 dalle stesse SS. Uno dei meriti del libro è dunque quello di focalizzare l’attenzione su un luogo della deportazione meno nominato di altri, ma non per questo meno feroce o con meno vittime; fu anzi uno dei campi con il più alto numero di morti per sterminio. E quei morti erano donne, e donne deportate non solo perché ebree, ma perché politiche o rom o lesbiche o cosiddette “asociali”; donne che pur nella loro debolezza fisica erano usate per crudeli esperimenti medici, o sfruttate come forza lavoro per il campo, o date in affitto alla Siemens per l’industria bellica in cambio di pochi marchi giornalieri. Proprio nella loro appartenenza di genere sta, almeno in parte, la ragione del lungo silenzio su questo lager femminile. Perché su chi di loro si salvò e tornò a casa – donne per varie ragioni fuori dal canone femminile allora richiesto – la società e a volte addirittura la famiglia operarono una seconda segregazione dovuta a vergogna o a sospetto di ordine sessuale: stigma che per vario tempo tolse alle sopravvissute riconoscimento e parola. Laurenzi ricostruisce la loro identità negata in foto di alto valore concettuale e simbolico: assemblando i triangoli di vario colore e i numeri che le contraddistinguevano, evocando il rullo e i carrelli pesantissimi che trascinavano, i resti delle baracche in cui si recavano al lavoro, le tracce di binari abbandonati, le allusive essenziali silhouette umane sparse da varie installazioni di scultura nel memoriale, i luoghi oggi vuoti silenziosi malinconici in cui si consumarono segregazione e rimozione.

Non mancano, tuttavia, immagini di speranza, che rimandano ai sentimenti di solidarietà o di semplice incoraggiamento reciproco che si stabilirono tra le prigioniere. L’immagine iconica del memoriale di Ravensbrück, aperto ufficialmente nel 1959, è “Tragende” (in italiano “La portatrice”), una scultura di Will Lammert posta sulla sponda del lago che raffigura una donna in piedi che porta in braccio un’altra donna priva di forze. Anche Ambra Laurenzi la fotografa a più riprese nella sua indubbia simbologia: sempre alta e slanciata, sottilmente imponente, in linea con le snelle betulle che le fanno da sfondo; così come fotografa due rosse rose incrociate, indivisibili, sulla grigia increspatura delle acque del lago. E immagini per la speranza dell’oggi sono anche alcune foto di commemorazioni a Ravensbrück, appena più realistiche e accese nel colore, che sembrano evocare l’aria fresca e frizzante di questo luogo, malinconico ma non più desolatamente tragico, atto a ispirare pensieri e percorsi per un’umanità migliore: i fiori e la musica offerti a coloro che furono sacrificate, i volti autorevoli e senza tempo delle ex deportate ancora in vita, e quelli determinati e sereni della seconda e terza generazione che ne hanno raccolto eredità e responsabilità.

Ultima notazione sul valore e l’originalità di questo libro: il colore. Non esistono fotografie a colori sui lager, vuoi per una scelta del fotografo, vuoi perché grigi e senza colore li ricorda chi a quel nero inferno è scampato. “Ma poi, quando ci si avvicina al lager con lo sguardo di oggi – afferma l’autrice – il colore c’è”. Coraggiosa dunque, e proprio per questo originale e innovativa, la scelta di Ambra Laurenzi di realizzare, in controtendenza, un libro di fotografie a colori. L’importante è vincere la sfida con le sfumature giuste e Laurenzi, anche a detta di chi di fotografia è esperto, ha vinto in pieno la scommessa. Colori tenui, freddi, spenti e fortemente evocativi quelli di questi scatti: dal turchese tenue ai grigi altrettanto discreti dei cieli e dell’acqua, a qualche punta di cupo cobalto; dal verde attenuato dell’erba e delle foglie alle cortecce grigiastre, ai grigi più cupi dell’asfalto e delle pietre appena illuminate di cinabro, alla metallica rilucenza di un binario o di un filo spinato.

Un libro fotografico va visto, difficile e forse poco utile raccontarlo. Nel complesso magico rapporto che si crea tra la fotografia e chi la osserva, forse si può arrivare a percepire, del campo di Ravensbrück, anche grida, lamenti, rumori, silenzi, odori, e la necessità di andare oltre gli orrori della storia. A volte si vede meglio quanto viene evocato che quanto – realisticamente – si può o non si può fotografare e osservare.

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