Se il potere critica un giornale

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Quando è un giornale a criticare un governo, anche se eccede, pure se è fazioso, si è ancora nella fisiologia delle situazioni democratiche e della normale dialettica fra ruoli differenti. Se invece è il potere che si scaglia contro un giornale, che lo elegge a nemico, che lo attacca, allora la cosa è sinceramente più preoccupante.

Alla Leopolda, la nuova classe dirigente del Paese ha scoperto un giochino antico quanto le più ancestrali paure dei potenti: il dileggio di chi non è allineato alla propria visione del mondo. È questo e non altro quello che lì si è fatto con l’assurdo sondaggio sul “peggior titolo di giornale”. E non perché non si possa giudicare il lavoro dei giornalisti, ci mancherebbe altro; perché quando lo fa il potere la faccenda si complica, come quando lo faceva Berlusconi, non dissimilmente da quello che faceva Grillo, con l’aggravante che qui, a differenza di quest’ultimo caso, non si parla di comici politicamente inesperti capitati a far la minoranza, ma di presunti politici esperti che hanno in mano le leve della maggioranza. Inoltre il Pd, per rendere la cosa ancora più triste, ha schierato il proprio quotidiano istituzionale contro il nemico su carta prescelto, Il Fatto Quotidiano.

Non credo che Travaglio, Padellaro & company siano spaventati, così come non immagino che quella testata sia stata danneggiata dall’aggressione fuori misura dei leopoldini, anzi; uno spot come quello di Firenze e con testimonials d’eccezione, da Renzi alla Boschi, difficilmente al Fatto avrebbero mai potuto permetterselo. Quello che non funziona in un corretto rapporto fra potere e stampa, in democrazia, è che la seconda è naturale che giudichi il primo, se avviene il contrario, però, allora si è nel patologico.

Ecco perché, da Vittorio Zucconi a Ferruccio De Bortoli, non certo dei movimentisti grillini o sovversivi comunisti, si sono spesi nel criticare quella follia potenzialmente, e pericolosamente, degenerativa. Ed ecco perché Mattia Feltri su La Stampa, non L’Uomo Qualunque o Lotta Comunista, l’altro giorno scriveva: «Ne abbiamo viste tante, ma un concorso indetto dal presidente del Consiglio per votare il titolo più bugiardo dell’anno ci mancava. […] Eravamo invece certi (che le regole del gioco) le conoscesse un leader giovane ma di lunga carriera come Matteo Renzi: un capo di governo, per il ruolo che occupa e per il potere che esercita, ignora le critiche della stampa anche se le considera canagliesche. A maggior ragione se le critiche arrivano da giornali, nel caso Libero e il Fatto, dichiaratamente ostili alle idee e ai metodi del premier: la cronaca politica con il bollino di palazzo non è ancora prevista in democrazia, almeno non ufficialmente. […] Renzi dovrebbe sapere o qualcuno gli dovrebbe dire quale effetto faccia un’iniziativa del genere, promossa dall’uomo più potente del Paese, e per di più nel corso di una kermesse – la sesta Leopolda – che pare avere smarrito la freschezza degli anni scorsi. Una riunione né di partito né di corrente, piuttosto il ballo di fine anno del Consiglio dei ministri, autoreferenziale, senza contraddittorio, con question time imbarazzanti in cui nessuno chiede o può chiedere a Maria Elena Boschi delle faccende bancarie in cui è coinvolta la sua famiglia».

Perché i giornali a quello servono, a fare le domande a cui il potente non vuol rispondere.


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