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Può la guerra salvare la pace?

 

É guerra, l’Europa ci aiuti, Corriere della Sera. “Hollande agli alleati: l’Europa dichiari guerra all’Isis”, Repubblica. “Ma Obama escude (di inviare) più truppe”, Financial Times. “Renzi tentenna”, il Giornale. “Li stiamo armando noi”; il Fatto si riferisce non solo all’accusa lanciata da Putin, finanziamenti all’Isis da 40 paesi, alcuni presenti al G20” ma anche a un rapporto americano che inchioda il Kuwait: “al centro del finanziamento”. “Hollande estende il piano d’urgenza e propone una riforma costituzionale”, El Pais.

Pressato da Sarlozy e Le Pen, Hollande ha scelto la linea dura. Non c’è dubbio che sia così. La cornice della reggia di Versailles, dove il Parlamento si è riunito in seduta comune: tutti in piedi a cantare la Marsigliese. “La chiamata alla guerra”, come dice il manifesto, il riferimento alla Francia, “paese dei diritti e delle libertà” colpito, non a caso per primo e più duramente, dalla barbarie che ha messo le sue radici tra Siria e Iraq, la seconda “missione” in 24 ore degli aerei francesi, l’allarme del primo ministro Valss,“ci colpiranno ancora”. Parigi ferita, Parigi attonita, Parigi divisa ritrova, con Hollande, lo spirito della Grandeur. É chiaro.

Ma non sarebbe saggio alzare le spalle. É infatti guerra vera quella che i kamikaze, nati in Francia ma mandati a uccidere e morire dal Daesh, hanno portato a Parigi e all’Europa. E se un Europa esiste, non può negare il suo appoggio sostegno alla Francia colpita. Tanto più che il G20 ha svelato le nostre colpe, l’irresponsabilità dell’Occidente che non considera una strage nello Yemen o a Beirouth pari a una che colpisca Londra o New York, dell’Occidente (Francia in primis) che vende armi all’Arabia Saudita, paese da cui muove l’ideologia del terrore, Occidente che ha usato i jihadisti prima contro i Russi Sovietici, poi contro gli Sciiti iraniani, che consente a Erdogan di combattere i Curdi piuttosto che tagliagole, kamikaze di distruttori di storia.

Per salvare la pace, onorare le vittime del Bataclan, per aprire “l’anno santo ai musulmani” -come intende fare il Papa- occorre dare a Curdi e Yazidi, a sciiti e sunniti (che pure odiano Assad e detestano Bush), la possibilità di difendersi dal Califfo e dalla sua barbarie. Una guerra, con bombardamenti dal cielo in appoggio agli attacchi di terra, senza soldati americani sul campo, perchè non è quella la loro patria e non hanno il diritto di occuparla, ma senza quinte colonne che disfano di notte l’ipocrita unità dei potenti, per servirsi del nemico comune contro i propri nemici. Una guerra senza “retorica militarista”, come chiede Lucio Caracciolo su Repubblica, che usi le armi della pace, superando l’antagonismo russo-americano che si è riaperto in Ucraina, che dica ai ragazzi del Bataclan “attenti, ma continuate e vivere”, che riempia Roma per il Giubileo e non privi dei diritti fondamentali (cominciando dall’habeas corpus) nemmeno i carnefici. Ma la chiamo “guerra” perchè purtroppo questo è. Per cancellare il Daesh non bastano le marce, le preghiere, l diplomazia. Purtroppo.

É un nuovo totalitarismo,la sua ideologia è il terrore, dice in una bella intervista a Benedetta Tobagi, Agnes Heller. “L’islamismo è il nazismo contemporaneo e va combattuto allo stesso modo. Tutti i governi dovrebbero unirsi in una causa comune…Se combatti gli islamisti, se perdono il loro potere, ne scalfisci l’immagine e la forza d’attrazione viene meno. Il male è una pestilenza. È po- tere, ed è contagioso”. Il contagio che dobbiamo debellare, come tanti medici e fra loro i volontari di Emergency hanno debellato l’epidemia di Ebola, è la tentazione di diventare come loro. Le Pen e Orban ne sono gli untori. Noi non siamo loro. I partigiani non somigliavano ai repubblichini.

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