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Impressionismi. Due mostre al Palazzo delle Esposizioni di Roma

 

Si intitola Impressionisti e Moderni la mostra che si è aperta al Palazzo delle Esposizioni di Roma con sessantadue dipinti  proveniente dalla Phillips Collection di Washington. Una raccolta privata diventata museo grazie a Duncan Phillips, rampollo di un ricco industriale del vetro di Pittsburg, con la passione dell’arte e una visione molto evoluta per l’epoca in cui viveva. Conseguita la laurea a Yale con l’intenzione di diventare critico d’arte, aveva cominciato a comprare capolavori che all’inizio del secolo scorso stentavano a incontrare il gusto ancora conservatore degli americani. Ma Duncan era un progressista, credeva ciecamente nella funzione  formativa dell’arte che “offre non solo un mezzo per la libera comunicazione spirituale tra i popoli, i cui spiriti non potrebbero incontrarsi in altro modo, ma è anche il simbolo perfetto dell’istinto creativo e al tempo stesso dell’armonia e dell’unità prodotte dalla pace”.

Parole da illuminato, che acquisiva a proprio estro sul mercato tutto ciò che gli sembrava indispensabile far conoscere ai suoi connazionali, dal Romanticismo all’Impressionismo, dal Cubismo all’Espressionismo Astratto del suo stesso Paese. E aveva molto fiuto: nel 1925 soffiò sotto il naso al Museo del Louvre la monumentale “Rivolta” (1848) di Honore Daumier, da novant’anni al posto d’onore della collezione. Il mecenate aveva aperto al pubblico, quattro anni prima, in un’ala della sontuosa dimora di famiglia a Dupont Circle, un vasto spazio illuminato da un lucernario in cui era possibile ammirare quasi trecento dipinti dei maestri europei: Goya, Ingres, Delacroix, Courbet, Manet, e poi Degas, Van Gogh, Matisse, e Braque, Kandinskij, Modigliani, Picasso. Nasceva così la Phillips Memorial Gallery, il primo museo d’arte moderna in America. Oggi le tele della collezione sono cresciute a tremila e per festeggiare il centenario dalla nascita, il Museo ha organizzato la mostra itinerante che si visita con la stato d’animo di un aulico ripasso delle correnti artistiche del Novecento.

E’ come se lo stesso Duncan ci avesse invitato a una visita privata in casa sua, in cui si trasale a ogni passo: ma questo è Matisse! (“Interno con tenda egiziana”); ma questi sono “I tre avvocati” di Daumier! Guarda “La strada per Véthuil” di Claude Monet! Visti così, nel florilegio personale di Mr Phillips, sembrano più alla nostra portata, e ci si immerge nelle tele con animo leggero. Ecco il “Balletto spagnolo” di Manet, uno dei favoriti del magnate; l’ “Autoritratto” e “La montagna di Sainte-Victoire” di Cézanne, la “Veduta degli Orti Farnesiani” di Corot, e via scorrendo in euforica familiarità. Incontriamo a tu per tu il tonitruante “Mediterraneo” di Gustave Courbet, l’impareggiabile Utrillo di “Place du Tertre”, la splendida “Elena Pavolosky” di Modigliani; persino due Picasso, tra cui la “Donna con cappello verde” icona dell’esposizione. E poi Bonnard, “Nudo in un interno”, una “natura morta” di Giorgio Morandi, Oscar Kokoschka, Jackson Pollock, e il meraviglioso Senza titolo 1968 di Mark Rothko. Inebriati dalla visita ai gioielli di famiglia, non si ha neppure il tempo di riprendersi (due visitatori erano accasciati inebetiti su un doppio divano) che si viene risucchiati in un universo ancora più sorprendente del precedente, la mostra “Russia on the road 1020-1990”.

Un’esplosione di luce, di energia, di vastità, di aria, di potenza descrittiva da sedurre all’istante. Merito anche dell’allestimento concepito come un labirinto delle meraviglie, ma soprattutto di una pittura che conosciamo poco, “rimasta a lungo nascosta dietro la cortina di ferro”. Il primo svelamento era giunto nel 2001 al Palaexpo con la personale, curata dall’eccellente Matteo Lanfranconi, del maggiore esponente dell’Arte Realista Russa, Aleksandr Dejneka, autentico cantore di un’epoca. Scrissi allora di “una contagiosa, trascinante fisicità”, che si rinnova in questa esposizione ideata da Aleksej Ananjev e ricca di sessanta dipinti provenienti dai principali musei statali russi. La percezione quasi tattile dei soggetti in mostra crea un coinvolgimento irresistibile. I pittori della Rivoluzione, fino alla caduta del Muro di Berlino, si esprimono in un linguaggio talmente diretto, pulsante, che rievoca i futuristi, Marinetti, e la grafica di regime per la figuratività squillante; ma alla riprova si dialoga con un linguaggio originale dal potente apparato espressivo, di infallibile magnetismo.  Di Dejneka c’è un aereo in volo tra le montagne (“In aria”) in cui si avverte persino l’odore delle nuvole; e ne “Le poesie di Majakovskij” una ragazza tiene il libro tra le mani, seduta in uno scompartimento affollato di terza classe dove ci sembra di ascoltare l’accavallarsi delle voci.

Il tramonto ferroviario di Georgy Nisskij (“In viaggio”) spalanca spazi innevati da sogno proibito;  il magnifico “Porto di Leningrado” di Petr Korostelev ci deposita sulle gelide banchine animate dalle partenze. I quadri, solo all’apparenza ‘decorativi’ cioè a supporto della propaganda ideologica, ci aprono scorci poderosi sullo slancio vitale di un’epoca irripetibile, possiedono la muscolosa capacità di catturarne il sembiante e lo spirito. Davanti agli occhi sfilano i paesaggi industriali, gli sfondi naturali, le vie cittadine, e i mestieri nuovissimi. Jurij Gagarin, il primo astronauta sovietico in tuta vermiglia, ci sorride da sotto il casco spaziale (Andrej Plotnov). In  “Assistente di volo” di Jurj Pimenov, una snella ragazza, di spalle, avanza elegante in una strada sterrata e fangosa tra povere casupole di legno; la hostess dell’Aeroflot veste il tailleur stile Boston, giacca corta in vita a un solo bottone: “il sogno di ogni studentessa”. Impareggiabile  è “La nuova Mosca” dello stesso autore, dove una giovane donna è alla guida di una favolosa cabriolet scoperta in una luminosa mattina di primavera della capitale; l’auto è una Gaz-A, la prima automobile prodotta in URSS nel 1932 su modello della Ford Phaeton. Il sol dell’avvenire parla americano; e l’accecante iperrealismo di “Il semaforo” (Aleksandr Petrov, 1990, un vero talento) ce ne dà la rutilante conferma.

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