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Ghost boat, l’inchiesta social sul naufragio dei misteri

 

A giugno 2014 una barca con 243 eritrei è scomparsa nel Mediterraneo. Con un progetto di giornalismo partecipativo il social network Medium vuole ricostruire la vicenda contando sui contributi degli utenti. Per dare una risposta ai familiari che non hanno mai smesso di sperare

 

ROMA – L’interattività che alcuni software rendono possibile su internet sta dando vita a modelli informativi alternativi, tra i quali l’open source journalism, una forma di giornalismo che si basa sui contenuti generati da una partecipazione attiva del lettore. Uno dei progetti di giornalismo collaborativo più ambiziosi e interessanti è nato proprio negli ultimi giorni, si chiama Ghost Boat ed un’inchiesta che vuole scoprire la verità sulle 243 persone di origine eritrea scomparse nel giugno dello scorso anno nel Mar Mediterraneo mentre cercavano di raggiungere l’Italia.

L’iniziativa è stata lanciata dal social network Medium – fondato da Ev Williams, già tra i creatori di Twitter – e sarà guidata da Eric Reidy, giornalista americano e corrispondente dalla Turchia, con Meron Estefanos, attivista di origini eritree e speaker del programma radiofonico “Voices of Eritrean Refugees”.

“È molto strano che una barca sparisca senza lasciare tracce. Ci sono centinaia di migliaia di persone che hanno attraversato quella rotta in cerca di pace, e qualsiasi cosa sia successa – tra naufragi di barconi, morti, e il doppio-gioco dei trafficanti – ne abbiamo sempre avuto testimonianza. Su questa “barca fantasma”, invece, abbiamo solo indizi: strane telefonate, messaggi che non possono essere tracciati, e qualche voce. Noi vogliamo indagare con l’aiuto di tutti, perché pensiamo che collaborando insieme abbiamo più possibilità di scoprire la verità”, ha spiegato Bobbie Johnson, anche lui nel team del progetto.

Tutti insomma sono invitati a partecipare all’inchiesta con un proprio contributo scandagliando tra le varie risorse: articoli di giornale, foto, informazioni da organizzazioni non governative, dichiarazioni di fonti governative, e qualsiasi cosa sia stata condivisa dai rifugiati stessi sui social network. In particolare, il team di giornalisti sta lavorando su alcuni elementi: la costruzione di una timeline che rimetta in ordine gli elementi finora emersi, la creazione di un database sui naufragi nel Mediterraneo, e un report approfondito sui dei trafficanti umani. Sarà possibile interagire e contribuire all’operazione utilizzando il tag “Ghost Boat” su Medium, o #GhostBoat sugli altri social network, e seguendo l’account twitter @FindGhostBoat.

La veridicità dei contributi generati dai lettori sarà comunque verificata da First Draft, un laboratorio, finanziato da Google, che si occupa di fact-checking. Anche Al Jazeera ha deciso di sostenere l’iniziativa diffondendo dei video animati sui social che invitano gli utenti a partecipare all’iniziativa. Medium, intanto, ha già pubblicato la prima puntata del nuovo progetto che racconta la storia di Segen e Abigail, madre e figlia salpate a bordo della “barca fantasma” il 24 giugno alla ricerca di un futuro e poi scomparse nel Mar Mediterraneo. La speranza è quella di riuscire a dare una risposta alle famiglie dei dispersi che, nonostante siano oramai trascorsi oltre 15 mesi, non hanno mai smesso di sperare. (Daniele Rubatti)

Da redattoresociale

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