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Un amaro primato: siamo il paese dei comuni sciolti per mafia

 

A quasi venticinque anni dalla legge 221 del 1991, che ha inserito nel nostro ordinamento la facoltà del governo centrale di sciogliere i consigli comunali dei comuni infiltrati dalle mafie che sono diffuse nella penisola (da Cosa Nostra alla camorra campana, dalla ‘ndrangheta calabrese  alla sacra corona unita pugliese e ancora alla stidda siciliana), tutti quelli che studiano, o agiscono, sul fenomeno mafioso, si interrogano  oggi per chiedersi se lo strumento dello scioglimento dei comuni sia attuale e adeguato o se non sia il caso di modificarlo.

Nessuno, a quanto pare, almeno  all’interno dell’attuale maggioranza parlamentare pensa ad abolirlo tout court. L’attuale  presidente della Commissione Parlamentare sulla Mafia, onorevole Rosy Bindi, afferma: “Bisogna individuare una terza via tra scioglimento e non scioglimento e potrebbe essere un tutoraggio dello Stato, un’assistenza verso l’ente “parzialmente infiltrato”, senza che questo debba essere necessariamente commissariato o perdere la guida politica. E’ dunque importante intervenire anzitutto sulle norme in materia di scioglimento alla luce di un’esigenza che ha avvertito anche il governo  presentando un disegno di legge  attualmente al Senato nella speranza di una rapida approvazione.

La legge 221 nacque-tanto per cambiare, visto che in Italia è questo il modo “normale” di arrivare a norme indispensabili, di fronte alla decapitazione avvenuta in Calabria a Taurianova di un affiliato della ‘ndrangheta la cui testa fu lanciata in aria e fatta oggetto di un tiro al bersaglio a revolverate. La norma doveva avere valore preventivo, affidando al Ministero del l’Interno il potere di sciogliere i comuni in modo autonomo e svincolato dalle indagini della magistratura che sono di solito molto lunghe e complesse.

Da allora i governi hanno usato con una forte  discrezionalità  politica un simile strumento e da allora hanno applicato la legge in seguito ad indagini penali snaturandone la natura originale. Hanno sciolto nel tempo 258 amministrazioni locali e cinque aziende sanitarie locali. Otto comuni hanno il record di tre scioglimenti: Casal di Principe (patria del clan dei casalesi), Casapesenna, Grazzanise,  Melito di Porto Salvo, Misilmeri, Roccaforte del Greco, San Cipriano di Aversa e Taurianova. Colpisce la forte presenza della regione campana in una simile statistica. Trentotto comuni sono stati commissariati e non sciolti. Nel 2012 per la prima volta è stato sciolto un capoluogo di provincia importante come Reggio Calabria. Al Centro Nord gli scioglimenti sono rari: pochissimi in Piemonte, uno a Sedriano in Lombardia anche se secondo alcune opinioni di esperti non era quello il comune infiltrato dalla ‘ndrangheta.

Quest’anno poi il prefetto di Reggio Emilia ha nominato la commissione per effettuare l’accesso nel comune di Brescello, il primo passo di una lunga procedura che deve valutare l’eventuale presenza di infiltrazioni mafiose nell’amministrazione comunale, un’assoluta anteprima nella regione Emilia-Romagna che dal secondo dopoguerra è stata considerata la patria del buongoverno. Ma i criteri usati dai governi non sono stati omogenei e spesso sono diventati strumenti per “tutelare” del proprio colore e prendere di mira quelli di opposto colore. “Ci sono state – ha dichiarato di recente Raffaele Cantone, presidente attuale dell’Autorità Anticorru zione – estenuanti mediazioni politiche sugli scioglimenti.” E’ il caso abbastanza noto del comune di Fondi nel Lazio, un municipio del Lazio. Dopo che il ministro dell’Interno Maroni aveva deciso di sciogliere il comune per le infiltrazioni mafiose, assistette alle dimissioni in massa della maggioranza del consiglio comunale evitando i diciotto mesi di commissariamento con l’accordo dello stesso ministro. E si andò al voto con la maggioranza di centro-destra che ritornò subito alla guida del comune.  A dimostrazione della materiale impossibilità di modificare una situazione che si era ormai gravemente deteriorata e che, malgrado aspre polemiche politiche e un governo che, capeggiato da Berlusconi, non aveva- a sua volta-  nessuna intenzione di consentire il mutamento del  colore del governo comunale, nulla cambiò allora in quella cittadina a prova ulteriore di una legge che va cambiata al più presto se si vuole almeno compiere una critica costruttiva all’amaro primato che caratterizza l’Italia: il Paese dei comuni sciolti periodicamente per infiltrazioni mafiose.

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