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Ancora il mistero Caccia

 

Quando, su invito di don Luigi Ciotti, con Teresa de Palma chi scrive si dedicò a scrivere per i Quaderni della rivista Narcomafie un libro di 141 pagine intitolato Il giudice dimenticato. La storia e i misteri dell’assassinio di Bruno Caccia. sembrava certo che il procuratore capo di Torino, ucciso con 17 colpi di pistola davanti a casa sua la sera del 26 giugno 1983, fosse ancora spiegabile con l’ordine dato dall’ndranghestista  Domenico Belfiore, condannato all’ergastolo, per tutelare gli affari mafiosi nell’ex capitale all’ombra della Mole antonelliana, sulla base anche della dichiarazione del collaboratore di giustizia Francesco Miano, legato ai servizi segreti.

Ma ora una nuova inchiesta della Direzione distrettuale antimafia a Milano cancella l’ombra delle ndrine e punta sugli interessi di Cosa Nostra per le case da gioco del Nord Italia e-tanto per cambiare-i rapporti con i servizi segreti. Nel fascicolo milanese compaiono per ora due indagati. Il primo è il calabrese Demetrio Latella, detto Luciano, già legato alla banda criminale di Angelo Epaminonda, che-secondo la famiglia Caccia, avrebbe partecipato all’assassinio del magistrato.

Il secondo nome è invece quello di Rosario Pio Cattafi, condannato in primo grado per mafia, originario di Barcellona Pozzo di Gotto in provincia di Messina e vicino agli ambienti che hanno ordinato l’omicidio del giudice. La nuova indagine è nata dopo che Fabio Repici, legale della famiglia Caccia, ha depositato in procura tre esposti che ruotano intorno a un’unica ipotesi: il magistrato  fu ucciso perché indagava  sugli affari di Cosa Nostra nei casinò. Ipotesi su cui pesa l’attentato dinamitardo all’ex pretore di Aosta Giovanni Selis il quale indagava sul casinò di Saint Vincent. La bomba esplose il 13 dicembre 1982, sei mesi prima della morte di Bruno Caccia e gli attentatori non vennero mai individuati. Alla base di questa nuova versione dell’assassinio c’è una intercettazione del 2009  in cui il magistrato Olindo Canali, (uditore del p m Di Maggio, poi titolare dell’inchiesta sull’uccisione di Caccia)che ricorda quando in casa di Cattafi fu sequestrato un finto volantino sulle BR che rivendicano l’omicidio Caccia.

Di quel volantino non è rimasta traccia ma tra gli atti depositati dall’avvocato Repici c’è la prova della perquisizione del volantino.
La nuova ricostruzione, che attende di essere ulteriormente chiarita e precisata, rischia di far riaprire un altro caso collegato a Cattafi. Si tratta della morte del broker milanese Giancarlo Ginocchi ucciso il 24 dicembre 1974 nella sua casa milanese. Casa-rivela nella sua deposizione l’imprenditore milanese Giancarlo Mariani- “dove ho conosciuto Saro Cattafi. E ancora.” Mi è nota la circostanza che ogni qualvolta Cattafi raggiungeva Milano dalla Sicilia  trovava alloggio nell’appartamento di Ginocchi” il quale fu coinvolto nel sequestro dell’imprenditore Giuseppe Agrati del 1975. Per un altro collaboratore di giustizia, Federico Corniglia: “Ginocchi era un riciclatore (di denaro illecito) di Stefano Bontate”.

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