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Turchia, Chartroux: “finita male per me ed altri tre colleghi la trasferta a Kobane”

 

Arrestati, in cella per 24 ore, espulsi con divieto di tornare in Turchia per due o forse cinque anni, non ho capito bene e dovrò farmi tradurre il foglio in turco che un poliziotto mi ha messo sotto il naso e che ho dovuto firmare per uscire e tornare a casa. È finita male la trasferta a Kobane per me e Valter Padovani del Tg3, Giuseppe Acconcia del Manifesto e Samuel Forey del Figaro. Ma era anche cominciata male. Avevamo attraversato la frontiera tra la Turchia e Kobane illegalmente, come è costretto a fare chiunque voglia raggiungere la città del Kurdistan siriano che ha resistito all’Isis. Giornalisti e operatori umanitari, attivisti e medici, tutti devono attraversare il filo spinato e sfuggire alle guardie di frontiera perché Ankara quel confine lo tiene chiuso, perché vede come fumo agli occhi quell’esperimento di una regione curda autonoma, libera e laica.

Ma quel passaggio per altri era stato relativamente facile, noi invece abbiamo dovuto correre avanti e indietro per campi e frutteti nel buio, inseguiti dall’auto che correva lungo la barriera e dai riflettori delle torrette, mentre l’alto parlante ci sfidava, uscite fuori, fatevi vedere, finché siamo passati di corsa e io mi sono tagliato di brutto sul filo spinato e un soldato turco ha quasi acchiappato Giuseppe e gli ha strappato lo zaino. Dovevamo capire allora che qualcosa era cambiato. Al ritorno credevamo di cavarcela come tanti prima di noi con una multa, ci sono toccati invece l’arresto e l’espulsione, e sarebbe forse andata peggio senza l’aiuto della Farnesina e in particolare lo straordinario impegno di Luigi Iannuzzi, console d’Italia a Smirne. Incidenti del mestiere che avrebbero poca importanza se non fossero il segnale che molto sta cambiando, su quella frontiera. Perché proprio alla vigilia della nostra disavventura il presidente Erdogan ha riunito il governo di Ankara e le massime autorità militari per discutere del pericolo creatosi al confine sud con le vittorie dei curdi del Rojava contro l’Isis, in particolare la conquista del posto di frontiera di Tel Abyad. Non si ricorda altrettanto allarme quando Tel Abyad era in mano ai jihadisti.

Il giorno prima del nostro arresto il governo turco ha inviato lettere ai governi dei cinque membri permanenti delle Nazioni Unite oltre che a Roma e Bruxelles, esprimendo il suo allarme e la sua preoccupazione per gli sviluppi alla frontiera, accusando le forze curde (che Ankara considera organizzazioni terroriste legate al Pkk di Abdullah Öcalan) di attuare una pulizia etnica contro arabi e turkmeni delle zone occupate. Pulizia etnica di cui noi cronisti non avevamo visto alcun segno… È chiaro che il fermo e l’espulsione di quattro giornalisti stranieri, non a caso reso noto dall’agenzia di Stato Anadolu, è un segnale politico: lungo quella frontiera non si scherza più. È altrettanto evidente che l’intimidazione o addirittura la persecuzione nei confronti della stampa sono strumenti ampiamente usati dal governo turco. Basti citare il caso di quattro giornalisti arrestati per aver chiesto al governatore di Urfa se la popolazione non fosse preoccupata dell’infiltrazione jihadista nella sua regione. O delle minacce del presidente Erdogan al direttore del quotidiano Cumhuryiet, che aveva pubblicato video e testimonianze sulla fornitura di armi da parte dei servizi segreti turchi a fazioni jihadiste in Siria. Dovrebbero dargli l’ergastolo ha detto il presidente, mentre quattro magistrati che hanno indagato su quel traffico d’armi sono stati arrestati e accusati di terrorismo e cospirazione contro lo Stato.

A rendere nervoso Erdogan è soprattutto il successo dell’Hdp, il partito di sinistra a maggioranza curda che nelle elezioni del 9 giugno ha superato lo sbarramento entrando in parlamento e ha impedito agli islamisti del Presidente di raggiungere la maggioranza assoluta. Il successo dell’Hdp spaventa gli ambienti turchi più nazionalisti se sommato ai successi militari dei curdi siriani, che il leader dell’estrema destra Bahçeli ha paragonato a un attacco chimico contro la Turchia. Quando si analizzano scelte politiche bisogna essere realisti, e capire ad esempio che i curdi, da anni impegnati in una lotta anche armata per l’autonomia, sono per Ankara un problema molto più serio dell’Isis che non si sogna nemmeno di minacciare la potenza turca. E tuttavia su questioni strategiche come la lotta al califfato le contraddizioni e le ambiguità sono pericolose. Sembrano forse vicende lontane da noi ma invece ci riguardano, come ci riguardano l’ascesa dell’integralismo, il dramma siriano che spedisce verso le nostre coste ondate di profughi, il caos del Medio Oriente in preda a conflitti così violenti e complessi da far pensare che abbiamo dinanzi decenni di guerra ai confini dell’Europa. Le forze progressiste e democratiche non possono non sentirsi coinvolte, e per cominciare si può chiedere ai nostri governi di mettere in chiaro con gli amici e alleati alcuni punti chiari, come il rispetto della libertà di stampa. In questi giorni è in Italia una delegazione del Rojava, il Kurdistan siriano, speriamo che il governo italiano sia capace di iniziare con loro un rapporto proficuo, facendo capire agli amici turchi che non saranno i disegni egemonici a sfondo religioso ma la via della laicità e della pace a costruire un Medio Oriente libero e sicuro per tutti.

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