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Mastro Titta a Jesi [1]

 

Il lavoro di Mastro Titta sembra non accorgersi che Napoleone Bonaparte stava conquistando l’Italia e di li a poco avrebbe conquistato anche lo stato Pontificio. Il Boja de Roma è  mandato in trasferta a Iesi il 30 ottobre del 1797, dopo quattro mesi del suo debutto a Roma come carnefice a piazza del Popolo. Pacifico Santarelli, di Jesi, era l’antitesi personificata del significato del suo nome. Era alto tarchiato con una forza erculea, esercitava molti mestieri leciti, altri inconfessabili: era un rapinatore, un brigante di strada, ma nessuno poteva provarlo.

Una notte in una piazza di Jesi avvenne un tafferuglio, di cui Pacifico era stato spettatore. Fu arrestato, incarcerato e trattenuto in prigione nella speranza che le sue vittime fossero incoraggiate a parlare, mentre le autorità continuavano a fare delle indagini sul suo conto, ma nessuna prova si trovava suo carico. Pacifico Santinelli in carcere dava segni di nervosismo, minacciava il suo carceriere voleva  strozzarlo con le proprie mani, se non avesse aperto la porta del carcere. Riportiamo il racconto di Mastro Titta.

“Il povero carceriere entrato una mattina nella sua cella, lo trovò di molto agitato. Aveva passato una notte insonne mulinando i più sinistri propositi.
– Pacifico, gli disse scherzando il carceriere, credendo d’amicarselo, non intendi dunque di rappacificarti colla giustizia?
– La giustizia la strozzerei, come strozzerò te, suo rappresentante e ministro, se non m’apri la porta.
– Sei in vena di ridere, Santinelli?
– Punto.
– Eppure a sentir certe proposizioni lo si crederebbe.
– Quali?
– Non hai detto che vuoi uscire oggi?
– L’ho detto e lo farò.
– Chi t’aprirà la porta?
– Le chiavi.
– Sono troppo ben collocate – riprese il carceriere, agitando il mazzo delle chiavi che portava sospese alla cintola.
– Lo credi? – gli domandò il Santinelli sempre più torvo e minaccioso, con accento strano.
– Ne sono sicuro.
– Vediamo.

Così dicendo il prigioniero, con un balzo di pantera fu addosso al carceriere e afferratolo alla gola, lo rovesciò sul pavimento. Tentò il carceriere di rialzarsi, con un brusco moto, ma Pacifico gli pose un ginocchio sul petto e strinse viemaggiormente il cerchio delle sue mani che gli serravano il collo.
Le vene del paziente si gonfiavano orribilmente; il viso s’era fatto paonazzo, poi quasi nero; gli occhi gli schizzavano dall’orbita; la lingua gli usciva per tre quarti dello bocca. E non pertanto resisteva ancora.
Ma in quel mentre s’udì un rumore di fuori e Pacifico Santinelli con uno sforzo supremo riuscì a strangolare il disgraziato carceriere, il quale quand’egli aprì il cerchio delle mani, aveva resa l’anima a Dio.

Il rumore esterno che aveva affrettato la catastrofe, proveniva dai passi della moglie del carceriere, la quale, inquieta per la prolungata assenza del marito e per le minacce che aveva udito pronunciare dal carcerato, moveva incontro a lui.
Non appena fece capolino nella cella, Pacifico l’afferrò e rovesciatala brutalmente sul cadavere del marito la condusse alla stessa fine di lui, strozzandola e schiacciandole il petto con le ginocchia.

Quindi staccate le chiavi dalla cintola del carceriere, fuggì tirandosi dietro la porta della cella. Sperava potersi appiattare in qualche buio angolo finché giungesse il momento opportuno per la fuga. Ma fatti pochi passi s’incontrò in un manipolo di birri che scortavano un altro carcerato: fu subito riconosciuto ed arrestato. Scoperto il delitto, si eresse il giudizio e contro le palmari prove non resistettero a lungo i dinieghi del reo”.

Pacifico Santarelli fu Condannato all’impiccagione e affidato a Mastro Titta che racconta come  subì la condanna coraggiosamente, confessando di meritarla aggiungendo: “Forse le mie vittime pregheranno in Cielo per me, la vendetta e i risentimenti non varcano i confini del regno della morte”.

Nel 1797 a febbraio i francesi comandati da Napoleone occupano Ancona e la sua marca applicando una legislazione che abolisce contadi e castelli, e li trasforma in comuni autonomi e affida la loro amministrazione, di stampo giacobino, ai cittadini ritenuti più capaci e concludono la Pace di Tolentino il 19 febbraio 1797.

A Tolentino Cittadina delle Marche, (in prov. di Macerata) fu firmata la pace tra la Repubblica francese, rappresentata da Napoleone Bonaparte, e Pio VI. Lo Stato Pontificio, oltre a pagare 31 milioni di franchi alla Francia, rinunciò ai suoi diritti su Avignone e sul Contado Venassino, regione storica della Francia, inoltre rinunciò al governo sulle tre legazioni di Bologna, Ferrara e accettò l’occupazione di Ancona fino alla conclusione della pace generale, e consegnò molti importanti manoscritti e opere d’arte ai francesi che li portarono a Parigi.

Questo racconto di un episodio di vita vissuta a Jesi, le gesta e  l’impiccagione di Pacifico  Santarelli,  nell’ottobre del 1797 ci mostra come gli avvenimenti storici e le guerre importanti che si stavano svolgendo a pochi chilometri, tra la Francia  e lo Stato Pontificio non incidevano nella vita comune delle persone compresa l’amministrazione cruenta della giustizia. Gli avvenimenti non coinvolgevano la gente, le persone che non erano direttamente protagoniste degli avvenimenti e forse neanche sapevano quello che stava accadendo a pochi chilometri.

L’anno successivo nel 1798 il generale Berthier, inviato dal Direttorio dello Stato Francese a seguito della guerra di Napoleone in Italia  il 5  febbraio occupa Roma e 11 dichiara decaduto il potere temporale del Papa Pio VI e proclama la Repubblica Romana.
Gli avvenimenti storici ci ricordano che le condizione economiche, imposte dai Francesi vincitori, con a Pace di Tolentino,  contribuirono a finanziare la campagna d’Egitto di Napoleone.
Anni importanti, dove l’assetto dello Stato Pontifico nelle Marche e nella Romagna stava modificandosi nei suoi confini e nella sua gestione della politica e della giustizia.

Mastro Titta per conto dello Stato Vaticano, continuava ad essere un servitore della giustizia, eseguiva le sentenze di morte cruenta per conto del Papa, mentre era imminente l’occupazione di Roma delle truppe Francesi, che proclamarono la Repubblica Romana, e la decadenza dello Stato pontificio.

Le memorie, i racconti popolari, ci danno uno spaccato della vita vissuta che si svolge in un paese Jesi, a quei tempi lontano da Roma. Le testimonianze ci raccontano e ci fanno capire meglio la vita quotidiana, gli avvenimenti di quegli anni, la difficoltà della comunicazione e della conoscenza. I fatti, gli avvenimenti  non avevano quella diffusione così importante come avrebbero meritato, per raccontare quanto stava accadendo in quel territorio dell’Italia e che avrebbe coinvolto le persone e la vita sociale di chi vi abitava.

[1] Jesi è stata colonia romana dal 247  A.C. (ex AESIS) e che nel anno mille si costituì comune molto florido ai tempi degli Svevi, dove nacque Federico II, dal 1392 fu governata successivamente dai Malatesta come Vicari dello stato pontificio, successivamente da Andrea Fortebracci (1368-1424) detto Braccio da Montone, poi Francésco I Sforza duca di Milano che  governò nel XV secolo, poi Jesi  tornò sotto il governo dello Stato Pontificio

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