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La #Rai, gli esterni e la privatizzazione strisciante

 

Nel mio impegno come Segretario dell’Usigrai mi capita spesso che mi chiedano: cosa ne pensi della privatizzazione della Rai. E la mia risposta è ovvia e netta: sono assolutamente contrario a ogni forma di privatizzazione della Rai Servizio Pubblico. “Ogni” forma, appunto. Quelle esplicite, che passano per la vendita di quote della Rai a privati. O per l’affidamento del Servizio Pubblico, a una azienda privata.
Ma anche a quella striscante, che passa per il ricorso sempre più massiccio a prodotti “chiavi in mano” forniti da società di produzione, e a giornalisti esterni ingaggiati come conduttori di programmi attraverso agenti.

Chiariamo subito: nulla da dire sulle società di produzione e sugli agenti che fanno legittimamente il proprio lavoro.
Così come non faccio parte di coloro che dicono: mai, in nessun caso, esterni in Rai. Ma ho una idea molto chiara e radicale: ci si rivolge all’esterno se, e solo se, si ha assoluto bisogno di una professionalità o specificità assente in azienda.
E nella stragrande maggioranza dei casi non è così. Non faccio un elenco di nomi, per evitare il rischio tipico degli elenchi: dimenticarsi qualcuno e quindi fare un torto all’uno o all’altro. Ma basta scorrere il palinsesto della Rai per vedere quante e quanti giornalisti esterni conducono programmi di informazione del Servizio Pubblico.
Dunque, il nodo, la sostanza, anche sindacale, della questione è nella decisione della dirigenza Rai di adottare questo tipo di politica.
In questo modo si delegittimano e si sviliscono le professionalità interne. Inoltre si distrugge ogni possibilità di crescerne di nuove.

Un clamoroso errore strategico per qualunque azienda. I due errori che nessun capo azienda, nessun dirigente dovrebbe mai commettere: mortificare, e quindi demotivare, le proprie risorse, e sbarrare la strada a ogni percorso di crescità dall’interno.
Ma perché accade questo? I motivi sono tanti. Interessi economici, sicuramente. Gli “agenti” sono diventati ormai vere e proprie scuderie, che lavorano per far ingaggiare tutti i propri clienti. E spesso nel proprio portafoglio hanno professionalità molto diverse: sia star dello spettacolo che giornalisti. E allora capita che nella trattativa per l’ingaggio di uno possa entrare anche l’ingaggio di un altro, magari ancor non noto, e quindi che necessita di riflettori e ribalta.
Oggi gli agenti sono diventati delle efficientissime società di servizi che assicurano ai propri clienti giornalisti, conduzioni di programmi, interviste, perfino ospitate come opinionisti o moderazioni di dibattiti.
Nulla di illecito o di misterioso in tutto questo. Ma cosa c’entra con il Servizio Pubblico?

E poi c’è la pigrizia di alcuni dirigenti: scovare risorse interne, vuol dire fare “talent scout”, provini, conoscere e studiare le professionalità, e le potenzialità, presenti in azienda. Un lavoro faticoso, insomma. Ma che se fatto bene garantisce ottimi risultati, e importanti risparmi economici.
Più facile, e più comodo, invece affidarsi a un agente che offre soluzioni già pronte.
Quindi, di nuovo: ma cosa c’entra tutto questo con il Servizio Pubblico?
Nulla. Assolutamente nulla.

Per questo, chi ha realmente a cuore le sorti del Servizio Pubblico dovrebbe affrontare con determinazione questo problema.
Ormai la questione non è più polemizzare per l’ingresso di questo o quel giornalista esterno.
Si tratta di opporsi a questa privatizzazione strisciante , e quindi più insidiosa, del Servizio Pubblico.
Si tratta di riaffermare che l’accesso in Rai deve avvenire con selezioni pubbliche. E che altrettanta trasparenza e meritocrazia deve essere utilizzata anche nei programmi di approfondimento delle reti. Si tratta di riaffermare che la Rai deve saper valorizzare le proprie risorse umane (risorse, appunto). Deve investire su di loro. Attraverso percorsi di crescita professionale, di formazione, e dando loro concrete opportunità.

Tutto questo ha a che fare con la missione del Servizio Pubblico. Con il futuro del Servizio Pubblico.
Ma ha a che fare anche con i soldi, i conti, della Rai. E quindi dei cittadini.

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