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La guerra come un’epopea del sacrificio nel film Fury

 

Fury (Furia) è il nomignolo ben impresso sul cannone del carro armato come monito e marchio di orgoglio. Il comandante è il sergente Don “Wardaddy” Collier, della 2ª Divisione Corazzata dislocata nel cuore della Germania: “Ho combattuto i mangiapatate in Africa, in Italia, in Francia, e ora continuo qui, nel loro Paese”. E’ in guerra da tre anni, sempre con lo stesso carro e lo stesso equipaggio, e non chiede di meglio: “Questo è il più bel mestiere del mondo”, ripete come una litania, imitato dai sottoposti, canaglie devote e carne da macello.

Aprile 1945, l’esercito tedesco, stremato ma non domo, ha affidato la resistenza a oltranza alla “Hitlerjugend”, un’ultima leva di bambini dai 10 ai 15 anni armati di micidiali bazooka anticarro. Il film di David Ayer, autore anche di soggetto e sceneggiatura, oltre che produttore insieme al protagonista Brad Pitt, ci narra la guerra come un’epopea del sacrificio ma rinnegando il mito romantico della bella morte. Lo Sherman M-26 Pershing finirà distrutto insieme a tutto il suo equipaggio. Tranne Norman, giovane mitragliere di rimpiazzo privo di esperienza, il quale riesce a salvarsi scivolando attraverso la botola di emergenza sul pavimento del mezzo corazzato in una profonda buca della terra, tra i cingoli. Se ne accorge solo un nemico dalla faccia imberbe come lui che però finge di non vederlo e gli risparmia la vita. Gli altri hanno bruciato il loro destino nell’abitacolo, in una situazione senza uscita, immobilizzati da un cingolo spezzato e accerchiati da forze soverchianti.

Il loro compito, per ordine del comando generale, era di presidiare un crocevia vitale per l’avanzata; impresa disperata alla quale il sergente Brad Pitt non si sottrae,  esattamente come avrebbe fatto John Wayne su altri fronti di guerra. Battendo la mano sulla plancia del carro afferma senza incertezze: “Questa è la mia casa e io non l’abbandono”. Lo Sherman è il pezzetto di America che è stato chiamato a difendere con coraggio e disciplina, rappresenta non solo la sua identità ma la bandiera, la famiglia, i valori che gli sono stati affidati, estremo baluardo contro il delirio nazista. In precedenza con una spericolata manovra di aggiramento era riuscito a distruggere un gigantesco Panzer avversario, un Tiger VI che aveva praticamente annientato il suo plotone corazzato di cinque unità. Ora si trova inchiodato a terra a fronteggiare un’intera colonna di SS –Waffe armata fino ai denti.

Il piano è di restare nascosti nel finto rottame e ingaggiare una battaglia senza scampo, allo sterminio. Ne seguirà un sanguinoso massacro, come soltanto la maledetta guerra può scatenare e giustificare; una carneficina della quale l’inquadratura finale dall’alto, in campo lungo, restituisce per intero l’orrore. L’esito globale del conflitto, la vittoria e poi la pace sono affidati dal regista, con un colpo d’ala, a immagini mute che scorrono sui titoli di coda, ben lontane da inni e fanfare. Nella trama, tra tante vite spezzate si incastona una sola scena d’amore, seppure così si può chiamare. Al termine di uno scontro durissimo le truppe alleate prendono possesso di un villaggio e la soldataglia si abbandona alla peggiore baldoria. Don e il giovane Norman (Shia LaBeouf), che suo malgrado ha imparato a uccidere senza più vomitare, invadono l’appartamento di due ragazze terrorizzate; una, Emma, è una biondina giovane e graziosa, stanata da sotto il letto.

Il sergente ha portato in dono sei uova miracolosamente conservate in una sorta di scrigno, come gioielli; un insperato e goloso pasto caldo da consumare insieme. Approfitta per lavarsi in un catino, la faccia sporca di grasso e fuliggine, i capelli rasati ad altezza delle orecchie, il torace ampio, forte e scolpito, la schiena arata da cicatrici. Si concede anche una accurata rasatura, e tuttavia lascia all’altro la preda: “Se non lo fai tu lo faccio io”. Lo avverte sbrigativo. Emma capisce in un lampo cosa sta avvenendo, prende per mano il giovincello e se lo trascina in camera. La cugina più grande rimane muta e impietrita, ma il sergente la placa con l’unica risposta possibile: “Sono giovani e sono ancora vivi”.

Dal magnifico teppistello di “Thelma e Louise”, con la faccia da ragazzino, Brad Pitt uomo ormai maturo ha preso in mano la fiaccola degli attori di razza della vecchia Hollywood che impersonavano l’anima stessa  dell’America; e questa volta non dovrebbe sfuggirgli il Premio Oscar. Attraverso film pensosi come “The Tree of Life”, di Terrence Malick, o di denuncia storica, “12 anni schiavo” di Steve Mc Queen, approda a questa storia ambientata nella II GM, una metafora fin troppo palpitante della resistenza al male e per esso a un pericolo che minaccia l’umanità. Ancora una volta narrata attraverso l’eroismo di un pugno di uomini gettati allo sbaraglio: il comandante di ferro dal grande cuore; il meticcio tutto Bibbia e dovere (Boyd ‘Bible’ Swan), il figlio di puttana privo di scrupoli, (Grady ‘Coon-Ass’ Travis), il finto vigliacco (Trini ‘Gordo’ Garcia), l’imberbe svezzato in fretta (Norman ‘Machine’ Ellison) a cui il suo capo ha promesso di salvargli la vita, Dio solo sa come. E’ una vicenda che contrasta, e compensa, la moda del pensiero liquido e di una morale sfuggente che insidia la nostra epoca, nella quale non distinguiamo più il confine tra ciò che è buono e ciò che non lo è, tra il lecito e l’illecito, tra Dio e la sua assenza.

In più il film è cinema al diapason, girato totalmente in teatro di posa, nei leggendari stabilimenti londinesi di Pinewood dove l’impareggiabile Stanley Kubrick realizzava tutti i suoi capolavori.

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