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La vicenda de “Il Casalese” come stimolo per il Parlamento a una vera tutela della libertà di informazione

 

Tanto rumore, baccano, ammuina per sollevare un gran polverone e nascondere la verità sotto al tappeto e nei fatti impedire che un’inchiesta giornalistica scardinasse un grumo di potere e interessi. La potente famiglia Cosentino si era illusa di poter mandare al rogo un libro, mettere sott’accusa la casa editrice “Centoautori”, e la museruola ai nove giornalisti autori del testo. Il giudice Fabio Magistro, della quarta sezione civile Tribunale di Napoli – ieri pomeriggio – ha stabilito che il libro «Il Casalese-Ascesa e tramonto di un leader politico di Terra di Lavoro» non ha generato alcun danno all’immagine e agli affari delle società amministrate da Giovanni Cosentino, fratello dell’ex sottosegretario all’Economia ed ex coordinatore regionale del partito di Berlusconi in Campania.

La sentenza – inoltre – ha rigettato la richiesta di risarcimento, 1,2 milioni di euro, e condannato l’amministratore dell’Aversana Petroli al pagamento delle spese processuali. La prima edizione de “Il Casalese” è del novembre del 2011 quando Nicola Cosentino, era sottosegretario all’Economia con delega al Cipe nell’ultimo governo Berlusconi, potente coordinatore regionale per la Campania di Forza Italia ed a lui facevano capo numerosi deputati e senatori del centro-destra. Il politico di Casal di Principe – attualmente detenuto e sotto processo – con la sua corrente, una sorta di partito nel partito, rappresentava il 12 per cento nazionale di Forza Italia. Scrivere di Nicola Cosentino, in quel momento, costruendo una biografia non autorizzata, investigare sulla sua straordinaria e prodigiosa carriera politica, sulle relazioni di potere, sulla impressionante forza clientelare, sui benefici che quel potere ha avuto sulle aziende di famiglia, far luce sulle rivelazioni di sei pentiti che hanno indicato l’ex coordinatore di Forza Italia come il referente nazionale della più sanguinaria e potente tra le cosche della camorra: il clan dei Casalesi, doveva per forza – nella nostra disgraziata Italia – avere delle conseguenze. Giovanni Cosentino (fratello maggiore di Nicola e amministratore delle aziende di famiglia – da poco tornato in libertà) nel marzo 2012, con provvedimento d’urgenza, aveva infatti richiesto il sequestro e la distruzione delle copie del volume scritto da noi giornalisti Massimiliano Amato, Arnaldo Capezzuto, Corrado Castiglione, Giuseppe Crimaldi, Antonio Di Costanzo, Luisa Maradei, Peppe Papa, Ciro Pellegrino ed Enzo Senatore (con postafazione di Gianni Cerchia, anche lui citato), nonché un risarcimento di 1,2 milioni di euro.

La richiesta dell’amministratore dell’Aversana Petroli fu dichiarata «innammissibile» dal giudice Luigia Stravino del Tribunale civile di Napoli. Poi il rito ordinario – piano piano – ha scandagliato la consistenza del voluminoso faldone di denuncia presentato dal pool di legali di Cosentino. Ecco la sentenza di ieri pomeriggio spiega come quella denuncia-querela presentata dalla famiglia Cosentino era di tipo temerario e finaloizzata a scongiurare e ostacolare la diffusione del libro “Il Casalese”. Noi autori e con il supporto della “Centoautori” non abbiamo mai mollato di un millimetro. Eravamo troppo sicuri, certi del lavoro svolto. Un lavoro d’inchiesta minuzioso, certosino, preciso. Un lavoro che restituisce dignità a un mestiere quello del giornalista sempre sott’attacco e demonizzato, se comincia a dar fastidio al potente di turno.

E’ sempre la solita storia. Dicevo, non siamo arretrati neppure di un passo, mai un tentennamento sul rigoroso lavoro effettuato, anzi. Il testo de “Il Casalese” è stato di continuo aggiornato fino alle ultime vicende processuali e politiche che da anni occupano – purtroppo – le prime pagine dei giornali e i titoli d’apertura dei Tg nazionali. Avevamo l’urgenza, la voglia, l’imperativo di raccontare la storia di un intoccabile e alla fine abbiamo illustrato attraverso Cosentino, lo spaccato dell’Italia dell’era Berlusconi. Una lente su un ventennio in cui è nata, e poi finita, non solo la parabola politica di Nicola Cosentino ma di un intero ceto politico. Il “Casalese” è stato pubblicato dalla casa editrice “CentoAutori”. La cui sede si trova a Villaricca, al confine fra il Napoletano e l’entroterra Casertano.

Una piccola ma battagliera casa editrice. Dove Pietro Valente, l’editore non fa l’editore perchè è un farmacista. Insomma non è un editore ricco né potente, eppure si è imbarcato in quest’avventura con entusiasmo: sapeva che avrebbero potuto esserci problemi. Che, puntualmente, si sono verificati. E Pietro Valente è stato il primo – ieri pomeriggio – a sentenza emessa a commentare con non poca emozione : «Un riconoscimento al coraggio e alla serietà di un gruppo di giornalisti, che senza remore né censure hanno operato uno straordinario lavoro di ricostruzione storica e politica di un pezzo di potere in Campania. Ma è anche la prova provata che intimidazioni e minacce non fermano il percorso della verità e della giustizia». La nostra non è stata una traversata nel deserto.

Tanti sono stati gli amici che in questi anni ci hanno sostenuto non a chiacchiere ma concretamente. E vorrei citare proprio l’associazione Articolo 21 con il compianto Federico Orlando, Giuseppe Giulietti, Stefano Corradino ed i tanti amici che hanno combattuto al nostro fianco e ci hanno assegnato nel luglio 2012 il prestigioso premio nazionale “Paolo Giuntella” per la libertà d’informazione. Riconoscimento che con il premio nazionale per l’impegno civile «Marcello Torre» ci hanno dato forza, vigore e coraggio per andare avanti. E’ una bella pagina di giornalismo vero, appassionato, che si è scritta in questi quattro anni. Come cronisti, liberi giornalisti, cittadini abbiamo solo e semplicemente fatto il nostro dovere. Null’altro. Spero e auspico che questa vittoria giudiziaria serva a sollecitare il Parlamento a una maggiore e vera tutelare della libertà di espressione e di informazione nel nostro Paese e soprattutto stimoli a portare avanti (finalmente) un’iniziativa legislativa contro le querele temerarie che sono una insopportabile forma di intimidazione nei confronti dei giornalisti. Concetti che abbiamo sostenuto in questi anni anche con il contributo della Fnsi, Ossigeno per l’informazione e Liberainfornazione.

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