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Italicum: adesso costruiamo qualcosa a sinistra

 

334 voti a favore, 61 contro e le opposizioni in larga misura sull’Aventino: fuori dall’Aula per opporsi a una legge che fa impallidire l’ormai famigerata Legge truffa e riesce nell’impresa di rivelarsi addirittura peggiore del Porcellum. Mattarella, con ogni probabilità, vi apporrà la sua firma non tanto perché sia convinto della bontà dell’Italicum (e, conoscendolo, abbiamo la netta impressione che in privato lo farà notare a Renzi con un certo vigore) quanto, soprattutto, per evitare un ulteriore, lacerante scontro istituzionale che potrebbe compromettere l’immagine e la credibilità dell’Italia in una fase che vede il nostro paese al centro di eventi internazionali di primo piano.

A nostro giudizio, ma questa non è una notizia, l’Italicum renziano altro non è che l’elevazione a potenza del Porcellum di calderoliana memoria: rimangono, di fatto, le liste bloccate, rimane un premio di maggioranza spropositato, rimane una ripartizione su scala nazionale di voti e seggi (l’opposto del doppio turno di collegio da sempre caro al PD) e si aggiungono le modalità tipiche del renzismo, con accuse, attacchi, umiliazioni delle minoranze, voti di fiducia a raffica e un malcelato disprezzo del Parlamento che lo induce ad avocare costantemente al governo, cioè a se stesso, qualunque iniziativa legislativa.

Stavolta, però, c’è un elemento nuovo che il premier non aveva messo in conto: la minoranza del PD, per quanto divisa, per quanto litigiosa, per quanto priva di un orizzonte comune e, quel che è peggio, di una leadership riconosciuta e accettata da tutti, ha avuto finalmente quel sussulto di dignità che molti di noi le chiedevano da mesi. Stavolta, infatti, non è finita come sullo Sblocca Italia, sul Jobs Act e sullo stravolgimento della Carta Costituzionale; stavolta a battersi non sono stati i soliti Civati, Fassina e D’Attorre, con Mineo, Chiti, Tocci e uno sparuto drappello di dissidenti a dar loro manforte al Senato: stavolta, come per miracolo, si sono visti i no convinti di Bersani, Letta, Cuperlo, Rosy Bindi, Speranza e altre figure di peso che nei mesi scorsi avevano commesso l’imperdonabile errore di tentare di trovare a tutti i costi una mediazione con un soggetto che non concepisce rapporti diversi dallo scontro frontale, dalla battaglia all’ultimo sangue e dalla sfida continua, a costo di correre dei rischi, a costo di compiere strappi insanabili, a costo di distruggere l’unità interna del partito di cui è segretario, a costo di inimicarsi categorie sociali storicamente vicine alla sinistra, a costo di rivelarsi per ciò che è realmente, ossia un personaggio astorico che con le nostre idee e i nostri valori non c’entra assolutamente nulla.

Al che, mi permetto di fornire un consiglio non richiesto alla minoranza dem: ora che avete riconquistato un minimo di credibilità agli occhi della base, quella base che se n’è andata, che non vota più, che continua a scendere in piazza e a inviare segnali allarmanti senza trovare alcun interlocutore disposto ad ascoltarla, ora è giunto il momento di compiere il passo definitivo. Rimanere in questo PD, infatti, non costituisce una forma strenua di resistenza e non verrebbe apprezzato né da chi se n’è andato, che vi considererebbe dei codardi, né da chi ha deciso di sposare la causa del renzismo: amici e compagni ormai irriconoscibili, completamente sdraiati sulle tesi del Rottamatore, probabilmente illusi, sicuramente arrabbiati, stanchi per le troppe sconfitte e delusioni del passato e desiderosi di affidarsi a prescindere all’“uomo forte”, a “colui che ci fa vincere”, dimentichi di tutto ciò che dicevano un tempo contro questa pericolosissima teoria e le sue implicazioni storiche.

Cara minoranza dem, l’Italicum è molto più di un voto e questo Renzi, al netto dei proclami di vittoria che svaniranno nel giro di poche ore, lo sa benissimo. Sa benissimo che gli insegnanti in piazza, i lavoratori ormai vicini alle tesi di Landini, gli studenti più combattivi e consapevoli rispetto al passato e persino la borghesia dei salotti buoni pronta a definirlo apertamente un “caudillo” sono ostacoli pesanti come macigni e impossibili da rimuovere con un selfie o con una battuta. Per questo proverà in ogni modo a offrirvi qualche contentino, qualche riforma “di sinistra” da esibire in campagna elettorale per guadagnarsi il vostro voto e il vostro sostegno in vista delle Regionali, ma poi, una volta incassato il risultato, tornerà a mostrare il suo vero volto: quello di un liberista che si è dato come obiettivo quello di “spianare” la sinistra e “asfaltare” i corpi intermedi, cancellando alcune delle forme di dialogo e di riflessione più avanzate, come ad esempio la concertazione, che sole potrebbero favorire un’uscita ordinata del Paese dalla crisi.

Compiuto lo strappo del voto contrario, bisogna pertanto trovare la forza interiore di compiere il passo successivo: formare gruppi autonomi alla Camera e al Senato e sostenere fin da subito il referendum promosso dai grillini per abrogare l’Italicum; dopodiché, far saltare la devastante riforma della Costituzione già approvata in prima lettura in entrambi i rami del Parlamento e passare duramente all’opposizione sia sui temi economici che sul piano sociale, delle tutele e dei diritti.

Si va a votare? Si andrà a votare lo stesso perché a Renzi di completare l’iter delle riforme interessa poco o nulla: a lui interessa il potere e la possibilità di esercitarlo liberamente, con gruppi parlamentari formati a sua immagine e somiglianza e un Parlamento addomesticato che gli voti qualunque cosa senza alzare un sopracciglio. A tal proposito, sappiate fin d’ora che farà di tutto per ottenere l’incidente fatale e porre fine alla legislatura e alla fine, se conserverete la stessa dignità e la stessa schiena dritta dimostrata in questa circostanza, conseguirà il suo obiettivo.

Rimanendo all’interno, verrete quindi semplicemente “piallati”: esclusi e detestati sia dai renziani di stretta osservanza sia da chi non lo può vedere nemmeno dipinto. Se decideste di compiere l’impervio percorso poc’anzi tracciato, invece, potreste ricostruire, piano piano, la vostra immagine, dar vita a un nuovo progetto di marca ulivista, coniugare le punte più avanzate del progressismo, del mondo della cultura, del sindacato e della cosiddetta “società civile” e costringere Renzi a un ballottaggio nel quale senza i vostri voti sarebbe destinato a perdere. E lì si dimostrerebbe la sua vittoria di Pirro, la sua assenza di lungimiranza, la sua mancanza di strategia e il suo essere, forse, un politico ma non certo uno statista.

Sta a voi scegliere, con l’avvertenza che questo è davvero l’ultimo treno; dopodiché, ciascuno imboccherà la propria strada.

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