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E se la Chiesa rendesse pubblici gli importi delle donazioni che riceve?

 

Quello delle donazioni alla Chiesa è sempre stato un discorso tabù. Impossibile sapere quanto si dona, quanto si riceve. Da chi e perché. Inoltre, per cosa sono utilizzati quei fondi. Chi finanzia certe feste, o la ristrutturazione di una certa chiesa. Certamente il segreto … la discrezione … ma in compenso la Chiesa sarebbe limpida e trasparente.

 

Lo faceva notare il giornalista Lucio Musolino poche settimane fa durante la presentazione del mio libro ‘L’eucaristia mafiosa – La voce dei preti’ a Lamezia Terme. Oltre lui, era presente uno dei volti più belli della Chiesa di Roma, don Giacomo Panizza. Quella stessa chiesa di Papa Francesco che chiede ai politici argentini (ma è logico pensare che si rivolgesse a tutti e soprattutto quelli italiani) di rendere pubblici i finanziamenti. Oltre l’8 x 1000 s’intende. A proposito, avete sentito che all’ex vescovo di Trapani, Francesco Miccichè, sono stati sequestrati 3 milioni di euro di beni? Lo stesso è ad oggi indagato per i reati di appropriazione indebita e malversazione di fondi: proprio quelli relativi all’8 per mille. Ma questa è un’altra storia. Dicevamo delle offerte ‘determinanti’, ovvero quelle che vengono dai privati, da quelli che finanziano la ristrutturazione della Chiesa, da quelli che finanziano il completamento della facciata, da quelli che finanziano le feste religiose. Soprattutto le feste religiose. Quelle che poi lasciano scaturire eventi e commistioni che poco hanno a che fare con il Vangelo e con la Chiesa dei poveri.

E per un tariffario che esiste, immotivato e senza ragion di Chiesa, probabilmente le offerte ricevute non servono soltanto a pagare le bollette della luce o a donare qualcosa ai bisognosi.  Ma vi immaginereste una Chiesa bella e trasparente che, tra le altre cose, rendesse pubbliche anche gli importi delle donazioni? Certo, se poi si riuscisse anche a fare dei controlli sui donatori (e ricordiamo che in alcuni casi le donazioni consentono al benefattore un risparmio fiscale), e magari iniziare a discernere da chi accettare i soldi e da chi no…
Tutto ciò, unito a diverse buone pratiche per una corretta gestione e amministrazione della Parrocchia  e degli enti economici ecclesiastici sarebbe veramente esempio di una Chiesa attenta e giusta.

Sui rapporti tra mafie e Chiesa l’elemento comune, oltre il consenso, è sempre stato il denaro. Un Dio comune e legato a entrambi. Ma se la Chiesa del gesuita papa Francesco, ha scomunicato (quanto meno a parole) i mafiosi, i soldi di quest’ultimi non possono più essere accettati da questa Chiesa. Altrimenti che senso avrebbe tutto ciò? Certo, sembrano ancora lontani i tempi per conoscere tutta la verità sullo scandalo del Banco Ambrosiano ma tra elemosine, ‘stipendi’ e bilanci le strutture economiche della Chiesa con una maggiore trasparenza potrebbero rafforzare la propria credibilità di fronte all’opinione pubblica e questo potrebbe dare il là ad una vera riforma dello IOR, sulla scia delle novità che questo papa sta cercando di offrire.

L’arte della retorica la lasciamo alla politica che non è politica, i fatti (si spera) alla Chiesa.

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