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Felpe nere

 

Xenofobia, eurofobia, egoismo, vaffa, qualche Don (Sturzo e Milani) e una spruzzata di saluti romani e croci celtiche, gentilmente offerti dalla casa (Pound). Questa è  la marmellata di slogan post-padani delle felpe nere calate a Roma per celebrare il loro assalto al 51%, dei voti e avere così tutto il potere che serve per rivoltare il Paese rimanendo duri e puri.

Inutile cercare la coerenza delle dichiarazioni, perché il Salvini-pensiero sfrega i pruriti  dell’insofferenza dei diversamente destri e non chiede ragionamento e cultura, ma istinto e statura (“per prendere a calci nel culo chi ci ostacola” dice Borghezio). Salvini non parla più alle pance, ma scende fino al pube, invitando tutti a “tirare fuori le palle”.
Il messaggio del conformismo estremo è essenziale: se ce l’hai con un diverso, sei dei nostri.
La piazza è mezza vuota o mezza piena, dipende dai punti di vista. Ma si scalda con il rito dei vaffa collettivi. E adotta la Meloni come mascotte romana dei Salvinisti calati su una Roma “ladronissima”, come precisa Bossi per dare continuità al cambiamento.
Dall’altra parte della città sfila una sinistra numerosa e dolente perché ha sempre meno scuola, sanità, casa. E che parla da sola con i suoi striscioni, perché non ha rappresentanza, né risposte.
Renzi intanto ascolta tutti come al solito e twitta di rugby.

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