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Che fine fanno i beni confiscati?

 

Come ogni 21 marzo dal 1996 in poi, anche quest’anno Libera organizza la Giornata della Memoria e dell’Impegno, in ricordo delle vittime innocenti di tutte le mafie. Ed è doveroso, in questi giorni, tornare ad interrogarsi sullo stato dell’arte della lotta alla criminalità organizzata nel nostro Paese, priorità perennemente elusa dai governi di ogni colore. In particolare, è interessante cercare di fare il punto su quello che è uno degli strumenti più importanti di cui l’Italia, proprio grazie al coraggio di Libera, ha potuto disporre negli ultimi anni per combattere lo strapotere delle mafie: il riutilizzo dei beni confiscati.

Prima, un po’ di storia. La norma che prevede il sequestro dei beni appartenenti alle organizzazioni criminali, viene introdotta nel nostro Paese nel settembre del 1982, grazie all’approvazione di una legge ideata da Pio La Torre, segretario regionale del PCI in Sicilia, nel frattempo ucciso da Cosa Nostra. Quattordici anni dopo, nel 1996, sarà proprio l’associazione Libera di don Ciotti a raccogliere oltre un milione di firme per modificare quella legge: è così che venne istituito il riutilizzo sociale dei beni confiscati. Cosa è successo, da allora?

Dal 1982 al gennaio del 2013 (si tratta dei dati più aggiornati forniti dall’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati) sono stati sequestrati alle mafie quasi 13 mila beni, di cui 11.237 immobili e 1.707 aziende. Poco più del 42% dei sequestri è avvenuto in Sicilia, ma il fenomeno non riguarda soltanto il sud. La Lombardia, con i suoi 1186 beni sequestrati, è ormai la quarta regione in questa triste classifica, avendo scalzato anche la Puglia.

Ora, che fine fanno questi beni confiscati? Il numero degli immobili che, dopo esser stati sottratti alle mafie, sono stati effettivamente utilizzati per scopi socialmente utili, corrisponde in realtà al 35% del totale: 3994 su 11237. In media, dal momento del sequestro di un bene, al suo effettivo riutilizzo, trascorrono quasi dieci anni. E questo perché le procedure degli oltre 13 mila beni confiscati vengono gestite tutte da un’agenzia (ANBSC) che conta appena trenta dipendenti. Questo ha delle ripercussioni piuttosto traumatiche per quanto concerne i terreni agricoli: molti poderi fertili, lasciati per anni senza alcuna manutenzione, finiscono con l’essere riconsegnati ai nuovi gestori in uno stato di totale sterilità. Bisogna dunque procedere a lavori di bonifica e di espianto delle vecchie culture. Lavori complessi e assai costosi, che spesso si rivelano insostenibili per le singole cooperative assegnatarie dei beni. E tutto ciò non solo riduce in modo drastico la produttività del terreno, ma svilisce anche il valore sociale dell’intera operazione di confisca. Molto spesso il bene, che in mano alle cosche era florido e dava lavoro a tante persone, diventa arido sotto la tutela dello Stato.

La situazione delle aziende è diversa (sono 1210 su 1707 quelle riconvertite all’economia legale), ma solo apparentemente migliore. Nel caso delle attività commerciali, infatti, i problemi non terminano affatto al momento della loro assegnazione. Fintantoché sono nelle mani dei boss, infatti, le aziende vengono foraggiate da un afflusso incessante di denaro, e non temono crisi di mercato o di concorrenza. Nel momento in cui passano sotto la tutela di un amministratore giudiziario, i rifornimenti di liquidità diventano ben più esigui, e le banche, immediatamente, rifiutano di concedere fidi o prestiti. Addirittura, in alcuni casi gli istituti di credito pretendono dai Comuni o dallo Stato il pagamento delle ipoteche accese dai mafiosi. Ed è così che molto spesso le attività commerciali vengono lasciate morire, quasi a ribadire un concetto tremendo: che lo Stato non è in grado di funzionare laddove le organizzazioni criminali funzionavano alla perfezione. Senza contare che, in non pochi casi, si è assistito ad un altro inquietante fenomeno. Gli stabili confiscati, lasciati in disuso per anni in attesa della definitiva assegnazione, sono fisicamente deperiti, diventando un elemento di degrado urbano, anziché una testimonianza della volontà di riscatto della collettività onesta.

Va detto che la Commissione voluta da Matteo Renzi, e guidata da Nicola Gratteri, ha recentemente avanzato alcune intelligenti proposte di riforma, per rendere efficiente uno strumento che efficiente lo è sempre meno. Innanzitutto, bisogna mettere l’Agenzia nazionale dei beni confiscati nelle condizioni di poter agire davvero: serve personale nuovo, più numeroso e altamente qualificato. In secondo luogo, è necessario anticipare l’assegnazione, anche se provvisoria, delle aziende, già dopo la condanna dei loro proprietari mafiosi in primo grado, senza attendere il pronunciamento della Cassazione. E magari – aggiungiamo noi – si potrebbero prevedere delle agevolazioni fiscali per i gestori delle aziende confiscate.

Risposte efficaci, però, non sono arrivate, per ora, dal governo. Peccato. Sarebbe stato un bel modo per accompagnare la ventesima Giornata della Memoria di Libera.

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