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Oggi, chi parla dei poveri e ai poveri?

 

In coincidenza temporale del tutto casuale, alla videoconferenza del Centro La Torre su “mafia e Chiesa”, sulla quale ha scritto Antonella Lombardi, è seguita l’ulteriore condanna esplicita della mafia (di tutte le mafie) di Papa Bergoglio pronunciata mentre riceveva una rappresentanza della diocesi di Cassano allo Ionio.
Nell’ultimo ventennio, esattamente dal maggio 1993, tutti i Papi succedutosi al Soglio di Pietro hanno ribadito la loro condanna della mafia: dall’enfatico “convertitevi” del 1993  di Giovanni Paolo secondo, gridato nella Valle dei Templi, a Benedetto sedicesimo nel 2010 a Palermo con “i mafiosi  sono fuori dall’Ecclesia” all’attuale Francesco con il suo perentorio” non ci si può dichiarare cristiani ed essere mafiosi”, sono scomunicati “latae sententiae” e non basta una conversione privata, ma deve essere pubblica e riparatrice del male fatto.

Sono prese di posizioni storiche che segnano la fine di atteggiamenti indifferenti, se non ambigui, delle più alte gerarchie della Chiesa che così cancellano ogni alibi d’ignoranza per ogni cattolico o chiesa locale. Contestualmente, esse esprimono condivisione delle azioni antimafia di tutti quei cattolici, laici e chierici, che, ispirandosi al Vangelo e al Concilio Vaticano secondo, si sono schierati e battuti contro la mafia, anche a costo della loro vita, come don Diana, don Puglisi, il giudice Livatino, le tante comunità di base e le associazioni di volontariato. I pronunciamenti dei Papi hanno proiettato, dalla più alta sedia, quanto va maturando da tempo  tra il vasto popolo dei credenti. Abbiamo visto crescere un sentimento antimafioso, ispirato da quello religioso, in contrapposizione all’espansione e alla pervasività delle mafie e della corruzione, fenomeni sempre più strettamente correlati grazie anche alla crisi globale.  L’impegno di“ aiutare i deboli”, che scaturisce dal sentimento religioso,  è cresciuto in contrasto con il prevalere dell’ individualismo consumistico e sfrenato e in controtendenza all’indebolimento della Politica come strumento al servizio del Bene Comune. Esso si è scontrato anche con l’antimafia generica, generalizzata, retorica esibita come “diploma” di buona cittadinanza civica o come marchio commerciale, ma anche con quegli ambienti culturali di centrodestra e centrosinistra che sono rimasti affascinati dal pensiero unico del neoliberismo fino a trascurare il rilievo sociale delle nuove povertà e delle nuove ingiustizie sociali nel mondo sviluppato.

Oggi, chi parla dei poveri e ai poveri? In questo momento, sembra solo la Chiesa che, mossa dal suo spirito evangelico, si spinge sino alla critica del capitalismo contemporaneo, globalizzato e finanziarizzato. Ma la Chiesa, per il suo ruolo morale, produce  forme di carità e accoglienza, ma non può promuovere nuove forme di organizzazione economica pubblica e privata. A questo fine, nelle società democratiche, esistono le forze politiche e quelle sociali che devono confrontarsi e governare per tutelare il bene comune. Invece, nell’ultimo ventennio è venuto a mancare il confronto tra diverse visioni della società. L’offuscamento di un pensiero laico di riforma della società, dopo il fallimento storico del comunismo nella sua versione applicata, ha rimosso gli strumenti originali di lettura della società moderna elaborati dalla tradizione culturale italiana di sinistra. Mentre in Italia riferirsi all’originalità del pensiero di Gramsci è visto come arnese da rottamare, nel resto del mondo essa è usata per comprendere l’attuale globalizzazione e le sue contraddizioni.

La Chiesa rinnova continuamente la sua ispirazione valoriale in nome della trascendenza per diffondere idee di solidarietà e di superamento d’ingiustizie, temi sensibili per una sinistra laica, indifferente alla trascendenza, ma non al tema dell’uguaglianza e della giustizia sociale. Ma esiste oggi una tale attenzione politica nel pensiero laico? Non è questione solo teorica, perché sono facilmente intuibili le ricadute sulle politiche pubbliche e i comportamenti delle imprese e delle forze sociali le quali, senza pregiudizi ideologici devono affrontare come garantire a tutti il diritto sacrosanto alla felicità secondo il principio naturale di uguaglianza. Anche perché, sino a quando nella società ci sarà chi sta in alto e chi sta in basso, ci sarà un problema di uguaglianza. Solo chi pone l’obiettivo di raggiungerla può definirsi di sinistra.

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