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Libia: che fare?

 

E’ la domanda che ci siamo fatti negli ultimi 4 anni. Forse troppo tacitamente. Da quel giorno di quasi 4 anni fa, quando il primo raid aereo diede inizio alla guerra in Libia, è una domanda che molto spesso è rimasta sotto traccia. Le parole del Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni hanno finalmente riacceso l’attenzione su questa questione, su cosa e come fare in quel paese. Una domanda ingombrante e alla quale sin’ora è stato difficile dare una risposta compiuta.
Da oggi invece il tema, scandito con inusitata chiarezza, è più pragmatico e alla nostra portata: come tutelare i “nostri interessi nazionali”?

La lista dei motivi per cui dobbiamo sentirci implicati nella vicenda libica è lunga: sicurezza, energia, emigrazione, solo per citare i più evidenti.
E’ dunque del tutto legittimo parlare della necessità di difendere i nostri interessi. Per riprendere la guida dell’intervento in Libia, è quanto mai opportuno che, con altrettanta chiarezza, sappiamo leggere le fragilità con cui la comunità internazionale si è sin qui espressa sulle grandi questioni.

Partendo forse dalle parole di Romano Prodi quando afferma che la guerra voluta dalla Francia e sostenuta – sia pure con qualche riluttanza iniziale – dal governo Berlusconi, fu un grave errore.
In questi 4 anni sono cambiati i nomi delle piazze e delle strade voluti da Gheddafi e ci siamo illusi che il processo elettorale sotto l’egida internazionale potesse portare il paese nei binari dell’ordine costituito, se non di un processo realmente democratico.

Ma la natura profonda del paese – quella che è prevalsa – è quella del “particolarismo” delle tribù.
La milizia di Zintan, quella di Misurata e di altre città sono diventate una realtà: milizie territoriali ma anche facilmente “infiltrabili” da attori esterni.
E così alla battaglia per il controllo dell’aeroporto di Tripoli si è aggiunta quella per il controllo degli impianti petroliferi. Era dunque del tutto chiaro che un sistema politico senza un controllo effettivo del territorio, sarebbe stato privo di futuro.
Oggi le bandiere nere dell’IS si sono aggiunte a quelle delle milizie. Sarebbe importante verificare se – come sospettiamo in molti che conoscono da vicino quel paese – potrebbero nascondersi operazione di camouflage vista la macabra attrattiva del “brand” califfato, sapendo quindi distinguere eventuali interessi banditeschi e criminali.

Ecco qui un’altra linea guida che dovrebbe ispirare il nostro intervento: imparare a distinguere la propaganda e saperla decrittare: è anche così che si toglie aria ai polmoni del fondamentalismo. Iraq e Afghanistan dovrebbero averci insegnato che dobbiamo essere in grado di non cadere in quel “whishful thinking” in cui gli auspici di esperti e politici, impediscano di riconoscere la realtà sul terreno.
Qualunque iniziativa politica e militare deve essere sostenuta da un realismo e un pragmatismo sin qui poco visti sulla scena della politica internazionale.

L’attacco con cui l’ambasciatore statunitense e gli uomini delle forze speciali americane sono stati uccisi a Bengasi, deve essere di monito.
Bene dunque che la politica estera italiana torni in primo piano.
Uno slancio che deve però andare di pari passo con uno straordinario sforzo dell’informazione pubblica, perché non c’è migliore garanzia per un paese come il nostro che avere un’opinione pubblica informata e capace di comprendere l’enjeu di scelte politiche complesse come quelle annuciate.
Già da queste ore, la redazione del programma “Petrolio” è impegnata in un ampio e specifico progetto editoriale su questo tema.

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