Sei qui:  / Opinioni / Del parlare non dialogico

Del parlare non dialogico

 

Leggevo su la Repubblica di venerdì scorso la sintesi dello scontro verbale avvenuto durante la trasmissione Porta a porta di Bruno Vespa tra la ministra per le Riforme e il capogruppo di Forza Italia al Senato. All’uno che, perfido, alludeva alla mancanza di numeri a Palazzo Madama “a meno che, lo dico tra virgolette, non ‘compriate’ qualche senatore”, l’altra rispondeva, pronta, rispedendo nel campo dell’avversario la palla di quell’accusa.

Bene: le parole di Maria Elena Boschi a Paolo Romani sono un buon esempio di quello che potremmo definire un “parlare non dialogico”. Perché? Prendiamo tutt’intera la risposta. Dice l’esponente del Pd: “Noi non compriamo nessuno”. Ed è bello sentirlo dire. Poi aggiunge: “questa è una pratica di cui siete esperti voi”; replica piccata che ci sta tutta, vista la storia recente dell’altra parte. Ancora: “Gli Scilipoti sono nella tradizione vostra”. Già qui, il dialogo segna il passo. Gli scilipoti, se di un nome si vuol far categoria, sono quelli eletti all’opposizione e poi, con la scusa della responsabilità e la pratica dell’allungamento della legislatura, passati alla maggioranza; se loro sono andati dalla parte di Berlusconi, altri han fatto lo stesso percorso, e adducendo, fin nelle parole, identiche motivazioni, approdando in quella di Renzi. Insomma, se quelli son di là, di qua ci sono i giovanardi, i cicchitti, gli alfani, e potremmo continuare. Infine, in quello scambio di battute, la responsabile delle Riforme chiude con un assertorio: “Se poi, con un’azione di convincimento, creiamo consensi in Parlamento, è un fatto positivo perché ne guadagna il Paese”; siamo ormai alla retorica pura che prescinde dalla logica causale e relazionale.

Che significa “con un’azione di convincimento”? Anche il Caimano aveva “convinto” gli scilipoti, sostituendo il virgolettato convincere con quello che proponeva Romani. E poi, la Boschi dà per scontato che quelli che vanno verso il Governo vadano verso “il bene del Paese”, ponendo come assunto ipostatico che il volere dell’Esecutivo sia per sua stessa natura cosa buona e giusta.

E perché chi va verso questo Governo fa il bene, mentre chi andava verso l’altro era uno scilipoti? Non era forse anche quello espressione di una maggioranza parlamentare? Anzi, di più: quello aveva anche vinto le chiaramente elezioni; perché allora sbagliava chi correva in suo soccorso mentre oggi, per quegli stessi atteggiamenti, ne dovrebbe guadagnare il Paese intero?

Il fatto che un Governo voglia fare qualcosa è legittimo; che ci sia chi si opponga, pure. Non è che se uno va a sostenere la maggioranza è “responsabile”, mentre è “irresponsabile” se cerca di contrastarla, magari distaccandosene. Così come, al contrario, non si può plaudire a chi si allontana da una maggioranza e criticare quanti se ne aggiungono, solo a seconda del punto di vista da cui si guarda a quei fenomeni.

Potrebbe darsi il caso, ad esempio, che “responsabile” sia chi si dimetta da ministro e abbandoni la maggioranza cercando di bloccare un provvedimento del Governo. Altrimenti dovrebbero spiegarmi, dalle parti della Boschi, perché vengono ricordate come gesto nobile le dimissioni di Mattarella per contrarietà sulla legge Mammì: anche quella era una riforma.

Perché questo è l’altro aspetto di questo approccio solamente retorico del parlare dei potenti, che rifugge il dialogo per paura, in definitiva, di una sola domanda : in che senso? A ogni piè sospinto, non c’è governante che non ripeta il mantra della necessità delle riforme. Come se esse fossero neutre e buone indipendentemente dal loro merito. Anche quella di Gasparri del sistema radiotelevisivo fu una riforma, o la legge 30/2003 sul mercato del lavoro, e i tagli della Gelmini alla scuola furono definiti riforme; ma immagino che la stessa Boschi ritenga che se qualcuno dell’allora maggioranza le avesse osteggiate in Parlamento bloccandole, avrebbe compiuto un atto di “grande responsabilità” e votato al “bene del Paese”.

Ecco, “in che senso” quelli che parlano oggi di riforme le intendono? Per andare dove? Per disegnare quale modello di Stato, società, Paese? Perché, se è sul merito di queste che ci sono divisioni, non è detto che chi le contrasti e miri a fermarle sia per questa sola ragione nel torto.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE