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Una buona notizia per la lotta alla mafia

 

A Rimini è stato di recente inaugurato un Osservatorio provinciale sulle infiltrazioni della mafia. Un luogo che, da una parte, fornirà con lo Sportello Giustizia fornirà un servizio gratuito di consulenza, ascolto e orientamento  ai percorsi di denuncia per i reati di mafia, estorsione ed usura. Dall’altro, il Centro di Documentazione sarà utile a monitorare la presenza mafiosa nel territorio attraverso analisi e inchieste sul territorio. Un piccolo passo e, di sicuro, non in grado di risolvere i problemi legati al radicamento mafioso ma che attraverso alle altre esperienze della Regione possono fungere da stimolo per la creazione di una rete organizzata che può essere di aiuto e di pungolo per i cittadini.

Nella città si hanno due diversi atteggiamenti o quello di chi dice: “o avete scoperto l’acqua calda perché sapevo già che nella città X c’era la mafia o “la mafia è altro e non si limita ad essere soltanto quella persona già individuata”, per cui  ma c’è altro e non soltanto il mafioso X o Y.  Nel secondo caso si tende sempre a sfociare in una visione del mondo dove tutto è mafia per cui qualsiasi l’illecito commesso (in particolare da un politico) viene affibbiato l’aggettivo “mafioso” al soggetto in questione.

Nel primo caso, spesso la risposta  tende ad eludere la domanda e spesso è una generalizzazione di tematiche che si conoscono soltanto per sentito dire. In realtà un osservatorio  come questo nasce proprio dall’esigenza di capire proprio che cosa sia la mafia in quel territorio preso in considerazione, come sia sia evoluta negli ultimi decenni, perché si sia infiltrata e radicata in un territorio, chi siano i mafiosi che abitano in quel territorio e quali siano le buone pratiche da mettere in campo per cercar di arginare il potere economico e talora anche politico delle mafie.

Non limitandosi ad addossare le responsabilità che sono indubbie alla classe politica e alle classi dirigenti ma cercando di capire perché proprio in un certo territorio lontano dal Mezzogiorno certe organizzazioni hanno trovato un terreno propizio ad espandersi ancora.  E questo avviene proprio quando un personaggio di una certa importanza e notorietà come l’ex presidente della Regione Sicilia Totò Cuffaro in carcere a Roma per una condanna in via definitiva per favoreggiamento a Cosa Nostra  abbia presentato di nuovo una richiesta di grazia al Capo dello Stato cioè a chi succederà al Quirinale a Giorgio Napolitano.

Già l’anno scorso Cuffaro aveva tentato la carta dell’affidamento ai servizi sociali ma la Corte di Cassazione non aveva dato il via libera. Ed ora che al fine mancano tre anni esatti  riprova ad uscire dal carcere romano di Rebibbia  dalla porta principale. Chiede al nuovo inquilino del Quirinale la clemenza presidenziale rivendicando la sua buona condotta. Ma, prima di ottenerla, l’ex presidente deve passare al vaglio della procura generale di Palermo che è il distretto giudiziario nel quale è stata promulgata la condanna diventata definitiva il 22 gennaio del 2011.

Il Quirinale ha girato al procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato la richiesta di grazia e ora il magistrato dovrà dare il suo parere sull’opportunità di aprire o meno le porte del carcere per rimettere in libertà Cuffaro. Ma l’ex presidente siciliano è tuttora coinvolto in un’indagine della Procura di Palermo per truffa aggravata e corruzione, è l’inchiesta sulla “finanza creativa” della Regione ai tempi in cui Totò “Vasa Vasa” era all’apice del suo potere. Al centro dell’indagine ci sono i rapporti stipulati nel 2003 tra Palazzo d’Orleans  e la banca giapponese Nomura, finita al centro delle cronache per l’affare dei derivati che affossò il Monte dei Paschi di Siena.

L’accusa che riguarda Cuffaro nasce dal fatto che l’ex presidente siciliano,  invece di chiedere    un prestito alla Cassa Depositi e Prestiti, preferì vendere a tassi elevatissimi  il debito regionale a una società che faceva capo alla sede londinese di Nomura creando di fatto un danno di 175 milioni di euro per l’erario regionale. E a Napoli ci sono decine e documenti che testimoniano l’operazione.  Nasce di qui la difficoltà che rende difficile o quasi impossibile la grazia per il potente ex presidente siciliano.       

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