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Come ignorare il “body count” quotidiano della violenza in Nigeria o in Somalia?

 

“Nessuno sa i motivi di questa strage. Boko Haram attacca chiunque: musulmani che non condividono la loro visione, cristiani, animisti, bambini, giovani”. Così commenta la carneficina dei duemila abitanti della città di Baqa l’arcivescovo di Jos Ignatius Kagama, che è anche presidente della Conferenza Episcopale nigeriana. La chiesa cattolica di Abuja ha sempre fermamente rigettato ogni ipotesi relativa alla guerra di religione per spiegare l’operato di Boko Haram e l’ultimo eccidio drammaticamente lo conferma. Nel mirino dei fondamentalisti nigeriani ci sono essenzialmente gli islamici moderati che sono la maggioranza della popolazione nella parte nord orientale del paese, laddove Boko Haram punta a instaurare il califfato.

I numeri di questa guerra allo stato centrale dichiarata nel 2009 sono spaventosi. Solo nello scorso novembre si sono contate 5 mila vittime in vari attacchi a civili inermi. Città e villaggi rasi al suolo, abitanti braccati ed uccisi uno ad uno con armi da fuoco e poi mutilati orribilmente è il catalogo quotidiano dell’orrore nel nord est ma anche la capitale Abuja e la megalopoli Lagos non dormono sonni tranquilli tra bombe, attentati, attacchi alle istituzioni internazionali. Per capire fino in fondo la portata della minaccia jahidista globale non si può prescindere dalla conoscenza di Boko Haram, il gruppo militarmente più organizzato della galassia terroristica africana anche grazie agli enormi proventi che ricava dal commercio clandestino (e parallelo) del petrolio, di cui la Nigeria è il primo produttore in Africa e l’ottavo al mondo. Cifre ufficiali sui caduti in questa guerra sono calcolate al ribasso. Secondo alcuni fonti aggiornate all’ottobre 2014, i civili uccisi dal 2009 in azioni di combattimento e guerriglia erano 12 mila. A cui vanno aggiunte almeno 1.500 vittime in attentati. Mentre il governo non ha mai fornito le cifre sul numero dei militari caduti in azione.

Nigeria, Mali, Niger, Ciad, Somalia, Mauritania, Repubblica Centroafricana e Maghreb sono i terreni di coltura del fondamentalismo: insomma, una bella parte d’Africa che bussa alle porte dell’Europa. Ormai questi gruppi condividono una agenda politica comune che minaccia anche paesi (come il Kenya e Uganda) che non hanno mai avuto in precedenza problemi di terrorismo “religioso” interno.

Non possiamo continuare ad ignorare quello che agita il terrorismo in Africa, che sta diventando la culla del nuovo fondamentalismo: i legami tra ambienti estremisti inglesi, kenyani e somali sono emersi già con la strage di Westgate a Nairobi nel settembre 2013. Non è ovviamente questione di numeri ma come ignorare il “body count” quotidiano della violenza in Nigeria o in Somalia?

Una ultima nota. Ne approfitto perché con la strage di Parigi si parla di libertà di stampa come bene comune ed inalienabile per la comunità internazionale. Oltre d onorare i morti di “Charlie Hebdo”, mobilitiamoci anche per riportare in libertà tre giornalisti di cui in Italia si parla poco o niente. Si tratta di Peter Greste (australiano), Mohamed Fahmy e Boaher Mohamed (egiziani) della televisione Al Jazeera. Sono detenuti dal 29 dicembre 2013 (più di un anno) in Egitto accusati di aver legami con l’organizzazione dei Fratelli Musulmani. Invece avevano fatto solo il loro dovere ovvero quello di raccontare la violenta repressione contro i Fratelli durante il colpo di stato del 2013.

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