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I rischi d’un rancore che non sa farsi forza

 

Il PD, come ci ha spiegato il suo presidente, non è nato per rappresentare quelli che hanno scioperato e sono scesi in piazza nei giorni scorsi contro le politiche del Governo per denunciare una situazione per loro sempre più insostenibile, e oggi temo che ancor meno ne abbia l’intenzione. Sel, e lo dico anche con dolore, non è mai nata sul serio. Altro, a sinistra, ancora deve nascere e sinceramente non saprei dire se nascerà.

Eppure quel disagio esiste. Un disagio che si è espresso in qualcosa di tanto generoso come lo sciopero generale (che, ricordo a chi pare averlo dimenticato o finge di ignorarlo, lo si fa rinunciando a una giornata di lavoro su già magri stipendi, e non per una rivendicazione di categoria, per un interesse individuale o per un aumento salariale immediato e monetizzabile, ma per compiere un gesto politico mettendoci del proprio; il contrario del fare politica mirando a prendersene un pezzo), e che non è solo dei lavoratori dipendenti, tanto che prima c’era stata la mobilitazione sociale delle nuove e diverse identità e forme di lavoro. Come si evolverà se non dovesse trovare rappresentanza politica adeguata? Sarà appannaggio del primo arruffapopoli di passaggio, magari animato dai più biechi e cinici obiettivi? O si rifugerà nella rinuncia, consentendo a chi governa di vantare risultati eccezionali in valore percentuale?

Certo, potrebbe progredire in movimento di azione autonomo, ma ho dei dubbi che siamo vicini a una situazione in cui, tutti quelli che stanno nell’area della protesta e del dissenso, possano diventare classe, assumendo coscienza collettiva del proprio stato e della loro condizione, in modo da elaborare una proposta capace di contenerne le istanze. È un mondo ancora troppo eterogeneo, soprattutto nell’idea e nella percezione che ha di sé stesso.

Però può esplodere. Incapaci di organizzarsi in forza, quelle individualità o piccoli gruppi fra esse, possono finire per deviare in violenza, che è la risposta disperata che spesso i singoli danno a problemi che non sanno contenere o dinanzi a situazioni che li vedono esclusi.

Ecco perché il tentativo di costruire quella rappresentanza non è pericoloso e velleitario, secondo una vulgata interessata a tutelare lo status quo (che ovviamente rende felici colori che in questo stanno bene), ma può esserlo il suo contrario, ovvero la preclusione alla possibilità che quelle masse siano contemplate nel processo democratico e istituzionale.

La rinuncia dei cittadini a partecipare, per i potenti potrà pure essere un “problema secondario”, soprattutto se ciò limita le possibilità che essi si trovino a dover fronteggiare l’eventualità di una loro messa in discussione all’interno del sistema. Tuttavia, quando assume dimensioni importanti, a rischio è la tenuta stessa di quel sistema. Ancora di più lo è, ed è questo il caso e il momento, in una situazione in cui le condizioni materiali di quelli che smettono di partecipare, si fanno ogni giorno peggiori.

In questo contesto, la rivalsa, anche cruenta, può non essere letta, con le lenti etiche della massa dei sofferenti e secondo la morale di chi soffre, come un male o una degenerazione da evitare, ma anzi, quale soluzione e percorso di riaffermazione e riappropriazione della giustizia da sostenere e perseguire.

A un sentimento simile (che cresce e basta farsi un giro dove il politically correct non è di moda perché non ce lo si può permettere per misurarne l’aumento), non si può rispondere con brillanti e sagaci battute: perché immagino che pure “mangino brioches” a qualcuno parve un arguto motto di spirito.

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