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Il Messico nel caos che inghiotte se stesso

 

El Pato, El Jona, El Chereje. Non è la formazione di una squadra di calcio sudamericana. È una squadriglia di morte messicana. Sono i soprannomi di tre assassini: Patricio Retes, Juan Osorio, e Agustin Garcia Reyes. Hanno confessato di aver ucciso 43 studenti spariti da Iguana, nello stato di Guerrero, il 26 settembre scorso. Una cinquantina di ragazzi della scuola rurale di Ayotzinapa, quel venerdì, avevano deciso di protestare contro la riforma dell’istruzione. Ayotzinapa è una scuola “rurale” a pochi chilometri dalla capitale dello stato, Chilpancingo. Rurale nel senso che forma gli insegnanti che poi sono inviati ad insegnare nelle comunità montane.

Quella mattina volevano andare a urlare il loro no alla riforma della scuolanella capitale e per farlo avevano preso possesso di due autobus. La polizia li ha fermati e, ma qui la dinamica non è certa, c’è stato uno scontro con le forze di polizia che hanno aperto il fuoco: sei morti e 25 feriti, tra studenti e gente comune. Sabato mattina, però, 43 famiglie si sono chieste dove fossero finiti i loro ragazzi, che non erano tornati a casa a dormire: erano stati arrestati dalla polizia durante la notte. Ma dov’erano? Spariti.

Un’agghiacciante verità è emersa durante l’interrogatorio dei tre, catturati e arrestati, che hanno confessato pochi giorni fa: sono loro i sicari del gruppo narco Guerreros Unidos, hanno ucciso gli studenti e bruciato i loro corpi, poi gettati in una discarica della vicina località di Colula, per non lasciare prove della strage. Ma le loro ossa, spezzettate e chiuse in sacchi neri di plastica, sono state ritrovate dai sommozzatori della polizia nel fiume San Juane: bisognerà aspettare i risultati delle analisi di un laboratorio austriaco per conoscere l’esito dell’esame del Dna.

Questa è la fine che hanno fatto i 43 “desaparecidos” innocenti. Un crimine di Stato, secondo Amnesty International. Peggiore di quello che si era profilato quando sono state ritrovate 19 fosse comuni vicino a Iguala e si era pensato che tra i resti ci fossero quelli dei ragazzi scomparsi. Invece non erano seppelliti lì. Sarebbe stato il sindaco della città, José Luis Abarca, insieme alla moglie Maria de los Angeles Pineda, a ordinare che gli studenti fossero consegnati ai sicari dei narcos Guerreros Unidos, dopo l’arresto. Lo ha detto il procuratore generale messicano, José Murillo Karam, in una conferenza stampa. Entrambi, accusati di essere i mandanti morali dell’esecuzione e di collusione con il narcotraffico, sono stati catturati dopo più di un mese di latitanza.

La settimana scorsa si sono svolte manifestazioni in oltre 50 città del Paese per chiedere al presidente Enrique Peña Nieto, che ha espresso la sua vicinanza alle famiglie delle vittime, di fare chiarezza e al governatore dello Stato di Guerrero di dimettersi. Oggi, dopo la confessione dei tre uomini, sono scoppiate violente proteste nello Stato: alcuni studenti hanno dato fuoco a delle auto davanti alla sede del governo di Guerrero.

In tutto il mondo in questi giorni si sono viste manifestazioni di solidarietà. Ecco un video di girato dagli studenti di Boston (cliccare qui) dal titolo “Il mondo sta guardando”: “#Ayotzinapa siamo tutti” e “giustizia per #Ayotzinapa”, è scritto sui cartelli tra le mani dei ragazzi che provengono da ogni parte del globo.

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