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In ricordo di Federico “liberal-rivoluzionario”

 

Ho conosciuto Federico Orlando troppo tardi, dai tempi della fondazione comune di Articolo 21. La sua aria bonaria e determinata di “vecchio signore liberale”, già braccio destro del grande Indro Montanelli, mi incuteva un certo timore reverenziale. Ma la sua capacità di ascoltare tutti con attenzione e di parlare con pacatezza mi conquistarono. Soprattutto, in lui ho trovato il “pungolo” morale per scoprire il mio “essere liberal”, nonostante i trascorsi di Sessantottino e di intellettuale marxista. L’orgoglio liberal, senza la “e” finale, all’anglosassone, promanava da ogni suo intervento nelle nostre riunioni e nei suoi scritti. Un orgoglio di chi probabilmente si era sempre trovato dalla parte della “minoranza critica” di questa società e che come Montanelli e Biagi, verso la fine dei loro anni, si sono accorti di essersi schierati con quella frangia di marxisti critici, anche loro difensori dei valori e delle idee liberali della civiltà moderna.

Liberali e rivoluzionari non è un controsenso, è in realtà la strada che stiamo percorrendo da 12 anni come Articolo 21, per testimoniare i valori e l’esigenza di libertà, di difesa dei diritti fondamentali, di sviluppare tutti gli strumenti adatti a controllare le derive del potere, anche quando questo si manifesta come “amico”. E’ il senso della libertà inviolabile personale e collettiva del “cittadino”, introdotta dalla Rivoluzione francese, rafforzata da quella americana e ridisegnata in Italia dai “padri costituenti” dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale, quando con una “miscela miracolosa” si incontrarono tradizioni culturali e ideali diverse e contrastanti storicamente come la comunista, la cattolica e la laico-liberale.

Per me Federico impersonava questo cammino storico del nostro paese e grazie a lui ho capito dopo decenni di contrapposizioni politiche il messaggio di Montanelli, un rivoluzionario liberale, “mangia comunisti”, atipico intellettuale figlio anarchico di una borghesia spesso intrecciata col potere più protervo. I “Controccorente” di Montanelli, a noi “di sinistra” ci facevano venire i mal di pancia perché con ironia graffiante svelavano verità inconfessabili dentro l’ala sinistra della società italiana. Così faceva Federico, forse con meno ironia, ma con toni più dolci: ci diceva le verità scomode e ci indicava sempre una via di uscita “liberal”; ma spesso era quella più tenace e rivoluzionaria in quanto non era strillata né era portatrice di scontri violenti.

I grandi “liberal”, come Keynes, Kennedy, Luther King, Ghandi, hanno sempre basato le loro battaglie sul rispetto delle regole, della vita umana, della non-violenza, delle diversità di opinioni e della sacrosanta difesa delle leggi fondamentali, universali. Il suo europeismo ci accumunava e ha fatto sì che si riversasse anche sulle nostre battaglie con Articolo 21.

Insieme abbiamo difeso persone, intellettuali, giornalisti di diverso orientamento culturale e politico, abbiamo portato avanti battaglie non “nostre” in nome della libertà di espressione e di diritto alla “tribuna”, ad avere voce. Siamo stati “fuori dal coro” e grazie a questa nostra testarda autonomia nessuno ha mai potuto e mai potrà “mettere cappello” sulla nostra associazione e sulle nostre battaglie “liberal-rivoluzionarie”.

Ecco, ora m’immagino Federico che si stia riposando, dopo gli affanni terreni, in Paradiso insieme agli altri due “vecchi” amici, a volte scontrosi tra loro, ma tanto rispettosi l’uno dell’altro, come Biagi e Montanelli. Verso la fine della sua vita, Montanelli rilasciò un’intervista memorabile a Biagi, nella quale additava il pericolo di Berlusconi e del berlusconismo per la democrazia italiana, da cui ci saremmo liberati solo dopo averne preso l’amaro vaccino, solo dopo averne subito i danni. Era stato preveggente: lui emarginato dai grandi media con Biagi, Santoro, Luttazzi, ed altri ancora, come Travaglio, colpiti dall’”editto bulgaro” ed espulsi dai circuiti mediatici per anni. Federico si rimboccò le maniche da grande giornalista e militante liberale e iniziò una nuova battaglia epica, insieme a noi.

Come “umile discepolo” sono fiero di averlo conosciuto, seppure per così breve tempo, gli sarò sempre grato per avermi fatto scoprire la mia anima “liberal” e di aver camminato insieme lungo l’ardua e accidentata strada delle libertà con gli amici di Articolo 21.

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