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Enzo Baldoni, la speranza consapevole

 

Lui sì che era un giornalista, uno di quelli veri! Parliamo di Enzo Baldoni, umbro di Città di Castello, assassinato in Iraq esattamente dieci anni fa mentre cercava di scoprire e raccontare la verità su una sporca guerra sulla quale troppi hanno versato fiumi di retorica, fino ad arrivare a definirla pomposamente “missione di pace”. Ma quale pace, ma quale missione: quella in Iraq è stata un’invasione a tutti gli effetti, un conflitto lurido e devastante di cui paghiamo tuttora le conseguenze: noi occidentali, alle prese con le minacce del fondamentalismo islamico che prima non c’era o, comunque, era tenuto a bada mentre oggi è il “dominus” dell’intera regione, e la popolazione civile di quel martoriato paese, passata dal regime sanguinario di Saddam al caos e all’instabilità politica più assoluta, in cui a farla da padroni sono i tagliagole dell’ISIS e altri gruppi di farabutti simili a quelli che dieci anni fa assassinarono un giornalista che rifiutava le verità ufficiali e preferiva andare a vedere di persona cosa stesse accadendo da quelle parti, ben sapendo di rischiare la vita.

Non a caso, inaugurando il suo blog iracheno (Bloghdad), aveva scritto: “Si è parlato molto di morte in questi giorni: della morte serena di zio Carlo, filosofo e yogi, che forse sapeva la data del suo trapasso. Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch’io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da Occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L’indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato”.
Perché Baldoni, cui per fortuna non difettava un notevole senso dell’umorismo, sapeva bene di non trovarsi nella striscia di uno dei suoi amati fumetti ma al centro di una tragedia che il conformismo e l’asservimento correnti si ostinano tuttora a negare, a tacere o, peggio ancora, a minimizzare, come se fosse vera la balla dell’esportazione della democrazia e del cammino di un popolo allo stremo verso un futuro migliore, come se in questo nostro povero mondo esistesse davvero il concetto di pace, se non nell’animo di poche, illuminate persone che, al pari di Enzo, continuano a battersi a costo della vita per rendere un po’ meno improbabile quella che tuttora rimane un’utopia.
Baldoni sapeva e scriveva, dicendo le cose come stanno realmente con la cruda brutalità di chi detesta le edulcorazioni ipocrite e, alla fine, riesce sempre a strapparti un sorriso, a indurti a riflettere, a farti sentire protagonista di un dramma collettivo che è anche il nostro, benché molti di noi non se ne rendano conto, illusi come siamo che l’Iraq sia lontano, la Siria pure e che i profughi che sbarcano a centinaia sulle nostre coste, quando non annegano nel Mediterraneo, vengano da misteriosi paesi lontani e non da quelle stesse terre in cui si è consumata la strage di Nassiriya, lo scempio di Abu Ghraib, l’uccisione di decine di giornalisti coraggiosi e indipendenti e l’eccidio di centinaia di migliaia di civili innocenti, assassinati prima dalle bombe occidentali e poi dagli attentati del fondamentalismo jihadista, frutto della rabbia, dell’ignoranza e del vuoto di potere e di speranza che si è venuto a creare in tutto il Medio Oriente. Ecco, Enzo Baldoni era un uomo che conosceva molto bene il valore della speranza, solo che si faceva portavoce di una speranza realista e consapevole, informata e ricca di idee, di umanità, di dolore: quella sofferenza e quella disperazione autentiche che Enzo raccontava senza mai indulgere nella fastidiosa retorica del vittimismo o del piagnisteo interessato. La sua speranza, in poche parole, derivava dall’evidenza del male, dalla descrizione della ferocia e dell’abiezione umana nel loro dispiegarsi quotidiano, riprendendo quel concetto di “banalità del male” descritto da Hannah Arendt ma oggi sconosciuto ai più.
Come detto, Baldoni era uno di quei giornalisti veri, uno di quei cronisti che mettevano al centro delle loro cronache la dignità dei popoli e delle persone, il rispetto verso i più deboli, la pietà verso lo strazio di chi ha perso tutto e il desiderio di conoscere e di comprendere le ragioni dell’altro, senza paraocchi, pregiudizi e quell’insopportabile senso di superiorità che spesso caratterizza noi occidentali.
Ed era talmente dissacrante da riuscire a trovare persino la forza di ironizzare sul suo funerale: “Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati. Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e i miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci saranno alcune parole tabù che assolutamente non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po’ più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati. Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato. Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete. Vorrei l’orchestra degli Unza, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po’ anche a me. Voglio che si rida – avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte – . E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considerei un’offesa alla morte, bensì un’offerta alla vita. Verso le otto o le nove, senza tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata. Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega. Basta che non facciate come nel Grande Lebowski”.
Alla salute, caro Enzo, e, come sempre, che Dio ce la mandi buona!

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