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“Ora devono smettere” – Il fuoco di Gaza arriva a Ragusa

 

Giuseppe Cugnata

Ogni anno, nel mese di luglio, la Sicilia tende ad assumere le sembianze di un altoforno acceso. A mano a mano che la barra del termometro sale, i fili d’erba si ingialliscono e le strade si spopolano: ogni cosa sembra assopirsi, a contatto con la calura estiva.

Quest’anno, però, la cappa di calore sembra ancora non essere arrivata e le nuvole che imperversano in primavera hanno continuato ad oscurare il cielo anche ad estate avanzata.

Oltre al vento fuori stagione, le giornate di luglio hanno portato anche un altro tipo di vento, stavolta politico: nelle maggiori città siciliane, infatti, vuoi anche per la disposizione geografica o per il numero di musulmani presente nell’isola, le manifestazioni di solidarietà nei confronti delle

popolazioni palestinesi della Striscia di Gaza, sotto assedio della milizia israeliana dall’8 luglio scorso, non hanno tardato a sollevarsi.

A Ragusa, nel capoluogo di provincia più a sud dello “Stivale”, la sezione locale del Partito Comunista dei Lavoratori ha organizzato un presidio in solidarietà del popolo palestinese.

Arriviamo a Ragusa attorno alle sette del pomeriggio. Gli ultimi raggi di luce della giornata penetrano a malapena tra i pesanti nuvoloni che offuscano il cielo. All’angolo tra corso Italia e via Roma, le vie centrali da cui si dipana buona parte della città, si intravedono alcune bandiere rosse muoversi al vento. “Qua molto freddo” dice un ragazzo dai lineamenti mediorentali, rivolto verso il cielo plumbeo che ricopre la cupola della cattedrale di S. Giovanni Battista, poco distante.

Sul luogo del presidio è presente non più di una trentina di persone, perlopiù esponenti dei movimenti politici che hanno colto l’invito del PCL, come il movimento anarchico, il movimento No MUOS, SEL, A Sinistra Ragusa e il comitato per la lista Tsipras: molto fioca è stata la risposta della cittadinanza al presidio. “A Ragusa l’idea del presidio è nata molto spontaneamente, quasi alla spicciolata e, tra l’altro, con dei numeri molto scarsi.” – spiega Pippo Gurrieri, storico esponente del movimento anarchico e del movimento No MUOS, e continua – “Visto che in questa città non ci sono state prese di posizione pubbliche, in merito alla questione palestinese, abbiamo deciso di presentarci insieme alle altre realtà, per quanto ognuno, per il resto dell’anno, viaggi per sentieri differenti. Noi, poi, come comitato No MUOS, siamo impegnati da anni contro la guerra e quindi siamo molto sensibili al tema militarista, che è la radice di fondo del malessere che c’è in Medio Oriente.” Chiedo a Pippo Gurrieri un giudizio sull’operato del governo italiano nei confronti della questione palestinese: “Il governo italiano è in affari con il governo d’Israele, per quanto riguarda la vendita di armi, quindi anche armi italiane contribuiscono alla carneficina di questi giorni. Al di là  delle parole che gli uomini di governo dicono sulla pace e sulla volontà di trovare una soluzione, in realtà loro operano in favore della guerra, perchè è il commercio di armi a rappresentare la vera politica estera del Paese.”

Mentre il vento continua ad imperversare, mi accorgo che alle mie spalle due ragazzi di carnagione olivastra si sono fermati a discutere davanti al presidio. Cerco di avvicinarli e di capire da dove provengano. Mi dicono di essere pakistani. Mi presento e chiedo cosa pensino del presidio che è stato organizzato e del massacro dei civili a Gaza delle ultime ore: “Tu hai saputo dell’ultimo bambino morto? Quando ho letto la notizia mi sono messo a piangere.” – mi risponde uno dei due ragazzi, con un italiano poco scorrevole e continua – “Tutto il mondo guarda. Tutti noi siamo persone, non c’è nessuna differenza. Ora devono smettere.” Poi, miscelando l’italiano all’inglese dice: “Respect! Respect! Ci deve essere respect.” mi intrattengo con i ragazzi ancora qualche minuto e chiedo cosa pensino i loro connazionali nel proprio Paese: “Noi musulmani non siamo come Giuda, noi stiamo bene con i cristiani e con gli ebrei e loro stanno bene con noi. In Pakistan molti dicono: ‘andiamo in Palestina ad aiutare.’ Ci sono anche gli ‘stronzi’ che vogliono stare con chi butta le bombe.” – e conclude: “I talebani musulmani, in Pakistan, non vogliono ammazzare le persone.”

Mentre stiamo per andare via, noto un giovane ragazzo dai capelli chiari con addosso una kippah, mentre scivola frettolosamente lungo la strada. Il vento soffia forte, eppure il copricapo non si smuove di un millimetro. Mi intrattengo a guardarlo per qualche secondo, prima che scompaia tra i fumi delle auto in marcia.

Da isiciliani.it

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