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Innovatori chi?

 

“Un giorno qualcuno ti chiederà cosa pensi dell’amor….” Così il motivo di una famosa canzone degli anni sessanta de “ I Giganti”, che ebbe successo perché rompeva gli schemi e per la voce inconfondibile di Enrico Maria Papes. Si potrebbe parafrasare il “tema”, ponendo al ministro Franceschini la domanda “Cosa pensi del digitale….? E già. Il varo del decreto sull’Equo compenso, vale a dire una tassa imposta sul prezzo di tablet, smartphone e altri dispositivi omologhi come i decoder, dà uno schiaffo al coro tragico sull’arretratezza italiana. Bella carta da visita, in vista del Summit di Venezia del prossimo 8 luglio.

Il rapporto di “Akamai Technologies” -sulla diffusione della banda larga nei primi mesi del 2014- ci colloca al 47° posto a livello globale, ben peggio della Nazionale di calcio. Far pagare di più le piattaforme trasmissive significa, inevitabilmente, peggiorare la situazione. Per ottenere che cosa? E qui sorgono quesiti inquietanti sul “general intellect” di tanta parte del sistema politico in materia di innovazione. Si dice che la tassa è bloccata da tempo e serve per prevenire o pareggiare la pirateria digitale. C’è davvero da dubitarne. E’ come se, per recuperare il mancato introito dovuto alle multe non pagate, ogni cittadino ne dovesse pagare un po’ al posto dei cattivi. Mentre questi ultimi, se sono malintenzionati e non semplici distratti, continueranno nelle loro devianze. Altro argomento impropriamente utilizzato è il solito rinvio a ciò che fanno gli altri paesi europei. In tale materia l’unico a risultare più zelante è il cugino francese.

Che non sempre ci azzecca. E’ successo con la tenebrosa legge Hadopi sul diritto d’autore, bloccata dalla Corte costitizionale d’oltralpe; sta succedendo ora con le nuove tariffe salate per gli oggetti digitali,  su cui è intervenuto il Consiglio di stato. Infatti, siamo di fronte a pallottole spuntate: gli untori continuano imperterriti nell’illegalità –persino sbeffeggiando le autorità- e il consumo di massa ne risente alquanto. L’Italia rischia, nel corso del semestre europeo, di uscire quasi del tutto dalle classifiche. E la rete, negli utilizzi di maggior valore aggiunto, diventa strumento per i ricchi. Il resto del mondo continui pure a imperversare sui messaggini e sui giochi. Attenzione. Internet rischia di dividere in due la società, così pure la televisione con la versione a pagamento, detentrice spesso di diritti esclusivi. L’eterogenesi dei fini, ministro Franceschini: l’equo diventa iniquo compenso.

La ratio del decreto, per mettersi nei panni dell’avvocato del diavolo, è la tutela del lavoro intellettuale di artisti e produttori culturali che hanno la giusta esigenza di vedersi riconosciuta la fatica della creatività. Ma sul serio qualcuno pensa che la via coercitiva sia utile? La tassa va messa piuttosto sui proventi dei grandi gruppi dell’universo comunicativo, che hanno l’obbligo civile e morale di farsi carico dei contenuti che irrigano le piattaforme. E’ un dibattito antico, rimasto colpevolmente inconcluso e inconcludente a causa di un approccio degno di altri tempi della storia. E, tra l’altro, non sintonico con la routine veloce e futurista del premier Renzi. Tutto ciò fa il paio con il regolamento varato nei mesi scorsi dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni sul copyright on line. O, all’opposto, con la sudditanza mostrata verso Google e gli altri “over the top”, che invece impazzano pagando poche tasse e occupando l’immaginario digitale degli italiani. Insomma, implacabili con i peccati veniali, tremebondi davanti a quelli mortali.

Fonte: “Il Manifesto”, 2 luglio

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