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Se la giornata mondiale del rifugiato cade di venerdì

 

Il 20 giugno era un venerdì. Nella giornata mondiale del rifugiato un siriano arriva all’aeroporto di Fiumicino. È un “dublinato”, dall’Olanda è stato rispedito in Italia, paese di primo approdo come vuole uno spietato regolamento europeo siglato a Dublino. Arriva dopo sei mesi di attesa, passata senza poter avviare le pratiche di asilo, con la sua famiglia ferma in Libia e poi scappata ad una nuova guerra e rifugiata in Libano. La civile ed accogliente Europa ha congelato per sei mesi le sue speranze di iniziare a vivere una vita normale, lontana dalla violenza.
Il nostro amico torna nel paese che aveva lasciato per raggiungere il nord Europa. Torna dopo sei mesi e deve ricominciare da zero a chiedere asilo, a pensare in una nuova lingua, a cercare dei riferimenti per la sua nuova vita, lontano dai suoi parenti che vivono in Olanda.

Arriva in tarda mattinata e scopre che non può ancora prendere fiato, che l’apnea non è finita. Scopre che di venerdì gli uffici dell’aeroporto che si occupano dei “dublinati” sono chiusi. Scopre che è costretto ad altri tre giorni di detenzione forzata dentro l’aeroporto perché chi si deve occupare di lui tornerà il lunedì successivo. Scopre che per bere e mangiare dovrà arrangiarsi e che per tre notti dovrà dormire su delle luride poltroncine di finta pelle sfondate.

Su quelle stesse luride poltroncine hanno dormito centinaia, o forse migliaia di “dublinati” prima di lui, anche loro arrivati di venerdì nel nostro paese. Scatta una foto con il segno di vittoria, ma è sicuro di aver perso. Scrive in un messaggio che se quello è ciò che Dio gli ha riservato, allora è pronto ad accettare il suo destino. Aggiunge, però, che non vede la sua famiglia da troppo tempo e che il suo secondo figlio nato da tre mesi non lo ha mai visto, pensava sarebbe nato cittadino olandese e invece è nato in Libia. Aggiunge che, per favore, qualcuno gli faccia la grazia di farlo tornare indietro, in Siria, perché non ne può più. Poi ci ripensa, cerca di orientarsi e di capire dove si trova. Poi, di nuovo, cade nello sconforto.

Il nostro amico crede di aver perso la sua scommessa con la vita e io non so come tirarlo su, non so più cosa dirgli per farlo continuare a resistere. Mi attraversa un senso di impotenza devastante di fronte ad una ingiustizia colossale che mi fa pensare di averla persa anche io questa scommessa. So che l’hanno persa certamente l’Italia e l’Europa che alla parola “accoglienza” dovrebbero dare ufficialmente un nuovo significato. Perché Italia ed Europa i rifugiati, chi scappa da guerra e persecuzione, li trattano come numeri, come pacchi, anche nel giorno in cui li celebrano insieme al mondo intero.

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