Il Papa in Terra Santa come San Francesco con il Sultano

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Il viaggio di Papa Francesco in Terra Santa si compie a cinquant’anni dallo storico pellegrinaggio di Paolo VI. Tra cinque anni, invece, si compiranno ottocento anni dal viaggio di Francesco, il Santo di Assisi, che nel 1219 partì per le terre d’Oltremare. C’è una qualche relazione tra questi due eventi, e, se c’è, quale? Anche allora il contesto non era semplice, e difficile la convivenza tra tutti i figli di Abramo; anche allora non c’era pace.

A differenza dei suoi predecessori (Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI), Papa Francesco sarà il primo a entrare direttamente in quello che oggi conosciamo come Stato di Palestina: da Amman, capitale della Giordania, egli volerà infatti, domenica 25, fino a Betlemme, mirando in tal modo a riproporre la two-state solution (la soluzione di due Stati) quale via per risolvere l’annoso, e doloroso, conflitto. Altre scelte concrete del Papa sottolineano poi questa sua volontà di pace, quasi invito lanciato ai contendenti in nome di Cristo, Principe della pace: non utilizzerà auto blindate; ad Amman e a Betlemme viaggerà su una jeep aperta per incontrare la gente, come fa regolarmente ogni mercoledì in piazza S. Pietro. Non solo: in Giordania come in Palestina il Papa incontrerà rifugiati vittime delle guerre, mentre a Betlemme pranzerà con alcune famiglie palestinesi, segno ulteriore dell’attenzione che, sin dall’inizio del suo pontificato, ha mostrato per la dimensione umana che finisce per emergere dai conflitti nella regione. Le sue parole e i suoi gesti saranno ascoltati?

Il pellegrinaggio dell’altro Francesco si svolse in tempo di guerra, in un contesto difficile e cruento; la spedizione dal Sultano produsse un incontro cordiale oltre ogni aspettativa, ma si risolse, nella sostanza, con un nulla di fatto. Eppure quella vicenda produsse un “incontro” la cui lezione fa ancora meditare. Da quell’incontro con il mondo islamico Francesco apprese anche qualcosa di bello, che tentò di trapiantare in Occidente. Com’è stato ipotizzato da molti, l’invito presente nella Lettera ai reggitori dei popoli a far annunciare ogni sera, «mediante un banditore o qualche altro segno, che all’onnipotente Signore Iddio siano rese lodi e grazie da tutto il popolo» (FF 213), può ritenersi infatti il tentativo d’introdurre anche tra le popolazioni cristiane la consuetudine dell’invito alla lode divina che i muezzin lanciano più volte al giorno dall’alto dei minareti.

Perché non cercare anche noi, oggi, di imparare gli uni dagli altri, di valorizzare le differenze, i doni e i carismi dell’altro? Perché non scegliere insieme la via della pace, dando compimento al desiderio di Gesù, l’ebreo Figlio di Dio che anche i mussulmani riconoscono come grande profeta? Infatti, quando il Signore fu vicino a Gerusalemme, «alla vista della città pianse su di essa dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata”» (Lc 19,41-42.44).

Papa Francesco giunge nella terra di Gesù quale pellegrino e profeta disarmato: le genti che lo accolgono – cristiani, ebrei, mussulmani – comprendano appieno il senso della sua visita e traggano da essa occasione per un cammino di ascolto, di comprensione, di accoglienza reciproca, per progredire insieme sulla via della pace.

www.sanfrancescopatronoditalia.it


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