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Gabito, i Buendiani e lo zingaro Melquìades

 

di  Michele Mezza

La Morte di Garcia Marquez mi stupisce. Amavo poco il personaggio: troppo cinicamente compiaciuto del proprio talento e dell’effetto della propria immagine che regalava mai gratis. Ma proprio questo distacco dall’autore mi faceva misurare in maniera esclusiva e densa il mio legame con la sua opera.

 

Mi stupisce lo strappo che mi provoca saperlo non più vivo. Cent’anni di Solitudine, e prima ancora l’Autunno del Patriarca, per me furono il vero battesimo del fuoco. Ritrovarmi sotto quelle infinite cupole dei manghi di Macondo, mentre armeggiavo con il più inflessibile realismo socialista dei classici che si leggevano dopo il 68, fu una rivelazione. IL mondo non è solo il tenace comandante Buendia, ma è anche, e sopratutto imparammo tutti, lo scanzonato  e saggio Zingaro Melquiades. 

 

Inutile dire che io  mi arruolai  in tutte le 32 spedizioni che Buendia organizzò contro il tiranno, ritirandomi con lui in tutti i 32 fallimenti.  Il momento più elettrizzante non era la vigilia dell’attacco, ma, piuttosto, quando, in piena rotta, ci si ritrovava con l’imperturbabile ansia di ricominciare quanto prima. Certo è che Buendia non si ferma mai a capire perchè perde sempre e perchè mai chi si attende che stia con lui invece è quasi sempre dall’altra parte. Ma questa parte forse avrebbe annoiato troppo i Buendiani.

 

Sognammo e leggemmo, nella scia del comandante. Imparammo poco del vero mondo. Macondo ci illuse che l’estraneità dalla realtà fosse cultura. Non a caso furono Macondo tutti i locali che nascevano nei centri storici delle città ad opera dei primi reduci del movimento. A Milano, in zona San Marco ogni sera era una seduta tarapeudica di massa, con alcool e alibi, in quantità.

 

Nutrimmo a sufficienza le ragioni per una differenza che ci aiutò  nei nostri itinerari successivi. Gabito scriveva a viaggiava. Noi leggevamo e inseguivamo i suoi adattamenti: dalla foresta Colombiana alla villa a Marina Hemingway all’Avana, dal Nobel in abito di Lino Bianco, ai party con Inge Fetrinelli.  Ma non potevi girare pagina e liberarti da quel sortilegio. Dietro alla facciata di Buendia faceva capolino la maschera di Melquiades, che ti ricordava che anche senza guasconate guerresche, bisognava tenere la barra diritta e trovare modi e forme per non omologarsi.

 

Un abbraccio struggente e indissolubile questo del magico zingaro. Lo sento ancora stretto ogni volta che si profila una sbandata. Buendia si butterebbe a corpo morto e forse sbaglierebbe, mi vien da pensare, ma Melquiades che farebbe? Guarderebbe con il suo cannocchiale dall’altra parte del fiume e direbbe: accadono cose straordinarie laggiù e noi rimaniamo qua, fermi come asini”

 

Gabito si è guardagnato la sua fama facendoci guardare al di là del fiume, non, invece, illudendoci di poterlo saltare con un solo balzo.

 

Non Mi mancherà. Non Mi lascerà mai più il saggio zingaro.

Da dazebao.it

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