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L’Ucraina attende il ritorno degli “arancioni”

 

Ciò che sta accadendo in questi giorni a Kiev, con migliaia di manifestanti di piazza Maidan, gli scontri sanguinosi con l’esercito e violenze e barbarie d’ogni sorta, ha un’origina antica e purtroppo rimossa nel provinciale dibattito politico occidentale: la pessima gestione cui furono sottoposte le vicende dell’Europa dell’est in seguito alla caduta del Muro di Berlino. Fra il 1989 e il 1991, infatti, con la dissoluzione del gigante sovietico dai piedi d’argilla, la riunificazione della Germania e la nascita di una miriade di stati indipendenti, tra quelli un tempo sottoposti all’egida del Cremlino, un Occidente sempre più orientato a destra, e purtroppo prigioniero delle dottrine liberiste tuttora imperanti, si illuse di aver vinto una guerra che, invece, è continuata, sia pur in maniera latente, per altri due decenni, fino a riaffiorare ai giorni nostri a causa della presenza a Mosca di un presidente desideroso di rinverdire i fasti del tempo che fu.

Credendo di avere la verità in tasca e di essere superiore per definizione, l’Occidente non si rese conto, e continua a non rendersi conto, del fatto che non è possibile per nessuno cancellare dall’oggi al domani secoli di storia, di cultura, di tradizioni, di modi di intendere la politica, le istituzioni e il senso stesso dello stare insieme di un popolo. Non è possibile e non è nemmeno giusto, come dimostrano le reazioni furiose di tutti i popoli, non solo di quelli dell’est-europeo, ai quali in questi anni abbiamo preteso di “esportare la democrazia e la libertà”, senza renderci conto che ci stavamo facendo promotori del nostro concetto di democrazia e di libertà, assolutamente incompatibile con il modo di essere e la visione del mondo di quei paesi.

E così non sono bastati il bagno di sangue dei Balcani e nemmeno le turbolenze di quasi tutti gli stati un tempo satelliti dell’Unione Sovietica a far capire a un’Europa presuntuosa e in declino che l’unico modo per porre fine alla disputa fra lo sguardo a est e lo sguardo a ovest è attendere che la storia faccia il suo corso e rispettarne l’esito. Come non lo ha capito Putin, il quale, sfruttando la vetrina mediatica dei giochi olimpici di Sochi e atteggiandosi a zar, a un secolo dalla tragica fine dei Romanov, sta tentando in tutti i modi di ricondurre sotto la propria influenza quei paesi, come per l’appunto l’Ucraina, che guardano all’Europa come a una speranza di libertà e democrazia ma vengono costantemente respinti un po’ dalla nostra atavica diffidenza e un po’ dal fatto che non siamo minimamente in grado di fornire accoglienza e aiuti economici a popoli che vediamo, al contrario, come un pericolo mortale per il nostro già disastrato stato sociale.

Senza contare che non basteranno le sanzioni né gli ispettori di alcuna organizzazione internazionale e, spiace dirlo, nemmeno la celebrazione delle elezioni in alcuno di questi paesi fino a quando la sorda Europa non avrà il coraggio di prendere di mira i veri artefici di questo disastro, ossia quegli oligarchi dai nomi impronunciabili che, attraverso affari sporchi, finanziamenti sottobanco e attività illecite d’ogni genere, si sono prima assicurati governi amici e complici in patria per poi venire a speculare anche alle nostre latitudini, acquistando industrie e squadre di calcio e sfruttando senza ritegno le nostre innegabili condizioni di difficoltà e di bisogno.

Per questo, anche se è un ragionamento molto cinico, l’Unione Europea, è rimasta finora in silenzio davanti ai roghi di Kiev e alla volontà di un futuro migliore che anima da anni i figli di coloro che si erano a loro volta illusi di poter iniziare a stare meglio dopo il crollo delle barriere e l’avvio, nel 2004, dell’allargamento a est dell’Unione.
Purtroppo non è così perché l’Europa, oltre ad essere preda di una crisi economica, morale e culturale senza precedenti, è anche vittima di governi riottosi e palesemente inadeguati, rappresentanti istituzionali dei quali si fatica persino a ricordare il nome e tecnocrati schiavi di regole che pensano di poter risolvere ogni singola questione a colpi di forbice, incuranti delle sofferenze delle persone e della marea montante di populismo ed euroscetticismo che rischia di abbattersi sull’Europarlamento alle elezioni di maggio.

Pertanto, pur guardando con favore alla liberazione di Yiulia Tymoshenko, storica leader dei ribelli, da sempre vicina al fronte filo-europeista e invisa ai mediocri prodotti politici dell’oligarchia filo-russa, non possiamo che constatare con preoccupazione e timore quanto sta avvenendo nella relativamente vicina Ucraina: un paese in cui si parla da giorni di una possibile secessione, con conseguenze non dissimili, almeno nelle previsioni, da quelle che si abbatterono sulla Germania al momento della costruzione del famoso Muro.

Ci auguriamo che non accada, che prevalga il buon senso, che la diplomazia da giorni al lavoro sul territorio ucraino porti a casa risultati realmente soddisfacenti, che le elezioni che si terranno a breve premino finalmente chi condivide le idee della Tymoshenko e spazzino via senza appello i fantocci corrotti di un potere che, pur di sopravvivere a se stesso e perpetuarsi nel tempo, è pronto ad aggravare ulteriormente le sofferenze di un popolo stanco e desideroso di voltare pagina. Ci auguriamo tutto questo ma non senza rivolgere lo sguardo anche verso coloro che guardano con favore il ritorno del Paese nell’orbita russa, per il semplice motivo che essi costituiscono una parte rilevante della popolazione e meritano lo stesso rispetto di chi ha sfilato e lottato in piazza Maidan in nome dell’Europa e di un sogno di libertà.

In poche parole, ci vorrebbe, a dieci anni di distanza, il ritorno del movimento arancione, anche allora in lotta con Yanucovich e i suoi brogli elettorali, anche allora desideroso di entrare a far parte dell’Unione Europea e un domani, magari, anche dell’Euro, anche allora animato dalla speranza di lasciarsi per sempre alle spalle la miseria e la fame e poter regalare ai propri figli un avvenire migliore e una Nazione più equa e meno corrotta.
Il guaio è che, a differenza di dieci anni fa, oggi non è l’Ucraina a starsi europeizzando ma l’Europa a starsi ucrainizzando, vittima del liberismo, noto nemico di qualunque forma di unità, figurarsi quella politica, ma anche di troppe scelte politiche e industriali sbagliate, di troppe leadership miopi e nazionaliste, della totale assenza di un progetto di sviluppo comune e della capacità di indicare un orizzonte che non sia quello del ritorno alle tante piccole e disperate patrie di una volta, in perenne guerra fra loro.

Per questo, l’Ucraina faticherà molto più di quanto non si illudano i suoi giovani idealisti a inserirsi nel contesto di un’Unione Europea incapace di aiutare se stessa. Per questo, tuttavia, ci auguriamo che ce la faccia: potrebbe essere una bella iniezione di freschezza e di entusiasmo anche per noi che gettiamo e offendiamo costantemente quei valori per i quali alcuni popoli sono disposti persino a morire.

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