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Tanti auguri cara Rai! Non ti auguriamo 100 di questi giorni ma altri 100 compleanni come capofila del servizio culturale del Paese

 

Cara Rai, da qui a breve dovrai cambiare pelle, in una mutazione epocale ti trasformerai in un anfibio dalle molteplici qualità. Questo è un momento di transizione, di indecisione, prossimo allo sforzo che ti vedrà ancora più bella, rinnovata e giovane. Un bacio ed un abbraccio da tutti i tuoi dipendenti.
I prossimi anni saranno quelli decisivi.
Si parla di rinnovi ma si evita di dire quali caratteristiche dovrà avere il soggetto per aggiudicarsi il contratto di servizio. Non è cosi banale.

Sino ad oggi la divisione era sancita tra Rai per il canone e Mediaset all’incasso per la pubblicità.
Il canone arriva con 1.700 milioni ma porta anche 1000 regole e controlli, tra cui il tetto pubblicitario, la copertura del territorio ed altre amenità poco remunerative.
La spartizione lascia a Mediaset una prateria di contratti su cui pascolare e la possibilità di generare utili su ogni nuova frequenza.
Tutto questo sino a poco tempo fa…
Il panorama cambia di colpo e a questo racconto si aggiungono nuovi pretendenti: Sky ad esempio, o parte del fardello appetitoso in dote a Telecom (la connessione e la parte interattiva). La tecnologia complica ulteriormente la contesa, perché, se qui in Italia il bipolarismo politico ha congelato il settore televisivo, non è successo altrove. Netflix, ad esempio, sta per sbarcare da noi con una scelta ampia e personalizzata di contenuti per il web e la tv casalinga.
Anche Mediaset vuole tornare nella partita, con l’acquisto della parte buona di Telecom o magari come pretendente del contratto di servizio. In poco tempo lo scenario è cambiato totalmente.

La Rai al momento lotta ancora contro il mostro digitale, con i formati 4:3 e 16:9, che ancora si alternano, e l’HD poco diffuso.. temi già ben risolti ed archiviati dai pari livello europei.
Mai come oggi serve avere una visione, la conoscenza del prodotto e della tecnologia. Tre elementi che fanno la differenza vera, non quella calmierata dalle sigle politiche o mitigata dai duopoli.

Ci chiediamo che televisione immagina il nostro direttore generale, con quali tecnologie, contenuti, che a loro volta si frammentano in una miriade di forme ricettive create a misura del mezzo.
Che approccio abbiamo verso la fusione di Web-Tv e Teche ad esempio?
Sarà ancora necessario avere molti canali o sarà la logica del contenuto aperto a prevalere?
Per carità, tra luci ed ombre, il nostro servizio pubblico lo svolgiamo ogni giorno ma rimangono sempre interrogativi ed aree di miglioramento. A queste, ora, aggiungiamo la sopravvivenza.

Serve una visione, specialmente nel prodotto, che riporti i fuggiaschi di giovane età a guardare i nostri canali.
Secondo voi, quella che trasmettiamo è una televisione moderna?
A nostro avviso no, per tecnologia, produzione e per finire come prodotto (che è quanto realmente vede il nostro utente). Molti si barricano dietro gli ascolti, dicendo che le fiction commemorative dell’ennesimo santo, suora, prete o personaggio del passato, sono ben gradite al nostro pubblico, dati alla mano…
Già, il pubblico, ma di quale pubblico stiamo parlando? Soffriamo di una forma senile di ascolto e non vogliamo minimamente pensare ad alternative o recuperare quegli ascoltatori che pagano Sky, noleggiano, scaricano, usano il pc, escono o magari a breve saranno su Netflix.
Qualcosa per i giovani o chi è maggiormente tarato sulla cultura, la tecnologia, con uno stile narrativo attuale, fresco.
Cosa abbiamo in palinsesto per loro?
Perché non cominciamo ad immaginarci come produttori invece che acquisitori di pacchetti “all inclusive”, tra l’altro costosissimi?

Il nostro prodotto si sceglie anche per affezione e abitudine…e se a Sky fossero dati i primi numeri del telecomando cosa succederebbe?
E’ irriverente un pensiero del genere? Pensiamo di no, alla luce di quanto prima era certo ed ora non più. Parliamo di Alitalia, Telecom Italia per citare due colossi, forti di qualità e parte dell’immaginario collettivo. Meglio pensarci prima che svegliarsi male una mattina, con la brutta notizia nella buca delle lettere. Nel nostro caso basterebbe perdere la concessione di servizio pubblico, e a quanto pare la notizia farebbe piacere a molti.

La TV si racconta quando non ha più niente da dire, almeno di nuovo. Cambia quando incontra nuovi linguaggi, cerca approcci con le nuove generazioni, si mette in discussione sulla qualità, sul contenuto dei suoi spazi quotidiani e sull’offerta considerando i nuovi mezzi trasmissivi che offriranno maggiori capacità. Forse è arrivato il momento di cambiare pelle.

Rimane difficile ipotizzare un cambiamento del genere, con lo scenario politico italiano, da sempre orientato verso le notizie, l’occupazione territoriale, che naturalmente pone in secondo piano il prodotto.
Ma ora non rimane più tempo per questa logica antica e feudataria, dobbiamo pensare al futuro. Già perche’ nel 2016 siamo invitati ad un gran galà e presentarci ancora con lo smoking degli anni 60 potrebbe non bastare più.

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